Intervista di Antonio Pileggi  

D. Il risultato elettorale del 4 marzo 2018 ci consegna sostanzialmente un’Italia senza la tradizionale distinzione tra destra e sinistra e, inoltre, senza i condizionamenti ideologici e illiberali del secolo breve (fascismo, integralismi religiosi e comunismo)?

R. E’ troppo presto per dirlo. E’ certo, però, che il risultato elettorale del 4 marzo, al di là degli schieramenti formali, sembra aver segnato il sostanziale superamento degli schematismi su pretese basi ideologiche tra una destra a volte anche ostentatamente nostalgica, un centro di asserita ispirazione religiosa e una sinistra socialcomunista. E’ chiara, infatti, la vittoria di movimenti molto più pragmatici, dichiaratamente volti a risolvere i problemi concreti del Paese, quelli che interessano alla gente.

D. Un Paese più libero?

R. Sembra così! Con la scristianizzazione o secolarizzazione post-consumistica e la de-ideologizzazione dei giovani, e sotto la spinta di una cinematografia e di una fiction televisiva, inglese e statunitense, entrambe libere da paraocchi schematici e fideistici, l’avvenire sembra più promettente anche per noi. Forse l’Italia si avvia a essere un Paese finalmente non condizionabile né dai prelati né dagli ideologi fanatici della destra fascista o della sinistra socialcomunista. Sembra pronto a mettere in logica connessione gli eventi per comprendere da dove gli derivi il bene e da dove il male, senza fermarsi dinnanzi a quelle barriere che hanno ostacolato pesantemente il cammino dei loro genitori e dei loro avi in un passato anche recente.

 

D. Non teme che sia eccessiva la fiducia nella definitiva vittoria in Italia di un pensiero  affrancato dalle vecchie scuole di pensiero politico, non condizionato, quindi, da dogmatismi né religiosi né filosofici? Dopo tutto, nello schieramento del centro-destra vi sono contraddizioni di varia natura: derivanti, in parte, da ideologie di riferimento, come, per esempio, in “Fratelli d’Italia”, in parte  generate dalla Lega e dal suo confuso retaggio culturale e in parte ancora dal blocco prevalentemente “di puro potere” sotto la guida di un tycoon mediatico, dai forti interessi imprenditoriali.

R. Certamente,  occorrerà attendere e vedere quanto i post-fascisti di “Fratelli d’Italia” siano ancora succubi di quei fanatismi ideologici che, nella loro componente più virulenta, sembrano trasmigrati in altre “Case”. A me sembra che rappresentino, ormai, una piccola minoranza, più patetica che pericolosa. Appaiono come dei nostalgici per un male inteso sentimento di legame ai “padri” e non per ragionata convinzione  sulle teorie corporativistiche del Duce. Bisognerà valutare anche, quanto la stessa Lega delle origini, che non è mai apparsa agli Italiani del tutto immune da posizioni dogmatiche di confusa commistione storico-filosofica (religione celtica, rituali acquatici sulle rive del Po, Alberto di Giussano) riesca a liberarsi da tanta paccottiglia pseudo-culturale. Mi sembra, però, che la Lega folkloristica di Bossi è stata distrutta dal suo stesso leader in canotta proletaria, celtico e nordista a chiacchiere, papalino e nepotista nei fatti! Salvini avrà pure le sue punte spigolose, ma è ben altra cosa.

D. Non crede che la grande crescita del M5S sia stata favorita dalla sua capacità di radicarsi nel territorio in contrapposizione all’abbandono da parte di altre forze politiche di ogni presidio politico-organizzativo a livello locale, come conseguenza dell’esiziale idea del partito “liquido” guidato dall’alto?

R. Ne sono convinto. L’esempio opposto della Lega ne è una riprova indiretta.

D. Lei ritiene che la realtà attuale rappresenti una svolta definitiva in direzione di una convivenza che assicuri la coesione sociale?

R. Ottimale, la migliore possibile allo stato. Non unica, però. Per sperare in una vita, nei limiti del possibile, serena e felice sul piano individuale e coesa e pacifica su quello collettivo, c’è, a mio parere, ancora da attendere. Certo se in elezioni ravvicinate le due forze “realmente” vincenti potessero dialogare senza il peso nefasto degli effetti del Rosatellum sarebbe meglio….molto meglio.

 

D. Mi sembra di capire, dai suoi scritti e da precedenti interviste su tale tema che i danni che lei scorge come effetto dell’esistenza e della diffusione di un pensiero chiuso nell’impalcatura costrittiva dei dogmi non sono soltanto di natura individuale ma anche, se non soprattutto, collettiva. E’ così?

R. Da uomo del dubbio, non dico che sia così, ma è certamente la mia opinione. Una società che  non crede né in verità rivelate dalla Divinità per interposte persone (sciamani, in comunicazione costante con Dio, sacerdoti, ministri di culto) né affermate da Maestri del Pensiero nella cui parola, secondo i canoni dell’Accademia per eccellenza, quella Platonica, occorre “giurare”, senza mai dubitare, è più consapevole  della precarietà dell’esistenza sul Pianeta (e del Pianeta stesso) e quindi più aperta alla solidarietà verso i propri vicini di viaggio (il prossimo dei Cristiani) e propensa a trovare forme di pacifica coesistenza.

D. Mi par di capire che lei si riferisca non solo  al Bel Paese, ma al mondo e che il giudizio riguardi sia i tempi passati sia quelli recenti e futuri. Ho riassunto bene il suo pensiero?

R. Sì! Vediamo, allora, congiuntamente le varie ipotesi. Sul piano personale e del presente, un pensiero non libero, ideologizzato, impedisce all’individuo di comprendere la complessità e la connessione che sussiste tra gli eventi. La loro comprensione è impedita dal fatto che, a un certo punto, la ragione si blocca, perché  va a sbattere contro il muro invalicabile della fede, in cui si crede, o dell’ideologia, di cui si è fanatici. Gli accadimenti non sono più collocati in un quadro logico e coerente, e il ragionamento, pur partito in modo razionale, inevitabilmente s’arena. E’ giocoforza, a tale punto,  commettere degli errori che possono condurre a scelte sbagliate di vita, perché decisamente irrazionali.

D. E sul piano temporale e collettivo?

R. Nei secoli passati, a causa di fedi e di ideologie salvifiche,  le esistenze sprecate, rovinate e distrutte da contrasti insanabili, conflitti, guerre, genocidi sono state veramente tante! Una Nazione, una Comunità dove manchi, su larga scala, un pensiero libero e non condizionato può andare incontro a vicende storiche anche drammatiche, senza mai comprenderne del tutto le cause.  Le sfuggono i nessi  tra le disgrazie che l’affliggono. Io, che ho una certa età, sono vissuto in un Paese che è stata la testimonianza più tragica di ciò che sostengo. Lasciamo da parte il passato remoto: la mediorientalizzazione dell’Europa con le (pre) invasioni alla spicciolata e pacifiche di ebrei e di cristiani e poi quelle di massa e violente dei popoli nordici, i secoli bui, il “bordello” dei versi Danteschi, le persecuzioni e le inquisizioni cattoliche, le eresie, gli scismi, le divisioni politiche tra gli “Staterelli” italiani, i patiboli dei Papa-Re e così via e fermiamoci agli ultimi eventi, partendo dal “secolo breve”. Ai primi anni del Novecento l’Italia era un Paese fortemente cattolico, appena uscito dal potere assolutistico dei Pontefici o dei Monarchi, dei Principi, dei Duchi e degli Arciduchi che subiva anche la suggestione dell’idealismo post-hegeliano di destra e di sinistra. Sotto la spinta propulsiva di una minoranza fascista, ben vista dai preti e quindi qualificata “clerico fascista”, gli Italiani s’avviarono con incosciente baldanza, verso la seconda guerra mondiale. Quella doppia fede che caratterizzava le adunate oceaniche di piazza Venezia e le folle plaudenti ed estasiate di piazza San Pietro, fece sì che un popolo, tutt’altro che di eroi, si scontrasse, ponendosi fianco a fianco, con i tedeschi, ritenuti pilastri del “baluardo di difesa” del cristianesimo, contro il giudaismo che si univa, invece, anche per ragioni di business, al libero pensiero anglosassone e, su altro fronte, contro il comunismo bolscevico.

 

D. E quella guerra vide lo Stivale drammaticamente sconfitto e la sua popolazione ridotta alla fame.

 R. Il libero pensiero anglosassone, a dispetto della resa incondizionata del nostro Governo, continuò a diffidare del Bel Paese. In esso le forze cattoliche, infatti, inquadrate in un partito politico che professava l’egualitarismo cristiano, si dichiaravano di centro ma “in marcia e con lo sguardo rivolto verso sinistra” per incontrarsi con l’egualitarismo comunista con forti suggestioni bolsceviche.  Al clerico-fascismo del nefasto Ventennio si sarebbe contrapposto, in prosieguo di tempo, il catto-comunismo, altra commistione perniciosa di fede e di ideologia.

D. Il primo a dare tale definizione della DC come partito di centro orientato a sinistra fu, se non sbaglio, Alcide De Gasperi. La politica italiana, però, ha avuto, nella prima Repubblica, il contributo molto importante da forze laiche (Liberali, Repubblicani, Azionisti, Socialdemocratici) che non hanno certamente svolto un ruolo gregario a quello che Lei definisce “catto-comunista”.

 R. Un ruolo, però, che non era considerato sufficiente dalle democrazie liberal-democratiche anglosassoni (in più modi “tutrici” del nostro difficile assetto post-resistenziale) a garantire la persistenza di un regime anti-autoritario in un Paese che da due millenni era stato asservito allo strapotere di Pontefici e di Tiranni civili, che aveva aperto le porte al Fascismo e sembrava in procinto di aprirle al Comunismo! Non consideri un mero caso che il Presidente trentino, pur meritevole, per molti Italiani, di alta considerazione per l’opera pratica da lui svolta,  sia stato il primo uomo politico italiano a cadere per effetto di uno scandalo giudiziario, rimasto abbastanza misterioso, almeno nelle sue motivazioni finalistiche: il caso della morte sulla spiaggia di Torvaianica di Wilma Montesi. Si sosteneva che vi fosse implicato Piero Piccioni, figlio del democristiano più vicino a De Gasperi, che  pagò il prezzo politico delle news sul caso, uscendo di scena.

D. La morte di Moro potrebbe iscriversi nello stesso contesto, allora?

 R. Il fatto che il popolo italiano spingesse la marcia verso sinistra e sembrasse pronto a ingabbiarsi in due concezioni ugualmente di forte valenza ideologica, religiosa e politica  (entrambe orientate verso l’utopia di un’impossibile uguaglianza economica a livello ecumenico o universale) preoccupava non poco le liberal-democrazie anglosassoni che avevano guardato sempre con diffidenza i fanatici sia della fede sia dell’ideologia. La società anglosassone è anti-dogmatica, empiristica e pragmatica. E non a caso ha espresso la democrazia che funziona meglio al mondo! Anche il rispetto e la cautela verso la Chiesa Cattolica ha motivazioni pratiche: lo IOR ne fa una delle maggiori potenze finanziarie del Pianeta!

D. Mi sembra, però, che noi siamo ancora ben lontani da una tale meta, o mi sbaglio?

 R. Mai dire mai! Qualcosa ha cominciato a muoversi! E alle prossime elezioni, con il rinnovo generazionale le cose andranno ancora meglio! Basta leggere i sondaggi sulla persistenza dei fideismi acritici.

D. Quanto crede che possa influire sulla rigenerazione della politica il fatto che possano esservi forze politiche, come il M5S, in grado di ottenere ottimi e sorprendenti risultati senza grandi risorse di denaro e senza la leva del potere clientelare?

 R. Per capire le potenzialità operative dei c.d. partiti “antisistema” bisogna partire dall’esame del nostro “sistema”: che aveva svuotato il Parlamento di ogni rappresentatività popolare; che aveva visto, nella più totale impotenza, catapultare nel nostro Esecutivo personaggi politici, noti alle grandi centrali del potere mondiale o, per converso, di scarsissimo spessore culturale perché dotati di capacità oratoria di spregiudicati imbonitori di piazza; che utilizzava il sistema giudiziario per finalità politiche, sfruttando il desiderio di magistrati inquieti e non paghi della funzione esercitata di ottenere, alternativamente, o una semplice notorietà mediatica o un’ affermazione politica nelle Camere e nel Governo; che consentiva i livelli e metodi di corruzione  da Paese sotto-sviluppato; che aveva a disposizione tutto il sistema mass-mediatico, nazionale e mondiale, o perché in possesso di tycoon vicini alle élite finanziarie di Wall Street o della City o perché in mano delle marionette governative imposte dall’alto, attraverso le cosiddette televisioni “pubbliche”; e via dicendo. E’ chiaro che una forza anti-sistema, per restare tale, non poteva cadere nelle trappole che potevano esserle tese: sostegni finanziari, ovviamente interessati, clientelismo becero, accesso “grazioso” alle “radiotelevisioni” nemiche e così via. Aggiungiamo, pure, che senza l’aiuto del Web il successo dei partiti anti-sistema non sarebbe stato possibile: non solo in Italia ma negli Stati Uniti d’America, in Gran Bretagna, in Austria.

D. Come giudica l’attuale riscoperta della centralità del Parlamento e la ricerca della sintesi politica anche tra diversi schieramenti dopo la grave ferita inferta alla funzione legislativa dalla lunga stagione dei premi di maggioranza all’italiana che, tra l’altro, ha anteposto le ragioni della governabilità all’esigenza di privilegiare la produzione di leggi ben ponderate dalle Camere?

 R. E’ in uscita, e Lei che ha scritto la Prefazione lo sa bene, il mio libro IL DECENNIO NERO DEGLI ITALIANI (sottotitolo: dal Porcellum al Rosatellum) dove pongo in evidenza il pericolo che il Bel Paese ha corso per i tentativi di riportarlo nell’alveo dell’autoritarismo gradito al potere economico mondiale. La governabilità è stata la prima parola usata, “l’Apriti Sesamo” dei nostri uomini politici tele-comandati ed è noto che il massimo di governabilità si ha nelle dittature. Purtroppo, ogni tanto, si ode ancora parlare di premi di maggioranza alle minoranze più forti, impropriamente dette maggioranze relative. E’ un brutto segno, specialmente se proveniente da forze anti-sistema. Mi auguro che si tratti di Fake-News del sistema mass-mediatico asservito e, fortunatamente, duramente sconfitto.


Crediti per l’immagine di copertina: https://kazan.vperemen.com

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