di Luigi Mazzella

È di vecchia data la mia ammirazione per scrittori che sono vissuti senza avere peli sulla lingua e hanno scritto in maniera penetrante, coraggiosa e lucida dei fatti della vita, come Giacomo Leopardi e Piero Gobetti.

Amo poco, invece, i retori dei “grandi valori”, nazionali o universali, i fini tessitori di orazioni d’occasione pronunciate nelle circostanze più disparate, che risultino ricercate, eleganti, infiorettate di parole dal suono accattivante e carezzevole.

Diffido di loro e non starei tranquillo se nel corso di una cena con tavole imbandite con posate e coltelli affilati venisse a mancare l’illuminazione elettrica all’improvviso.

Non do alcuna importanza al fatto che la voce di Leopardi e di Gobetti, nella storia letteraria e politica italiana, sia stata letteralmente sommersa dal coro tartufesco di scrittori “di serie” e di politici “di mestiere”, sempre disposti a lanciare “alti lai” in sostegno di nobili cause e sempre pronti e lesti  nell’assicurarsi “quattro paghe per il lesso” o grandi o piccoli “cadreghini”. So che si tratta di gente capace di tutto per soddisfare la propria ambizione e sete di denaro o di potere, nell’accademia o nella vita sociale.

Per me l’insegnamento che traggo dalle opere e dalla vita dei due scrittori da me prediletti è enorme e prezioso.

Nessuna laudatio temporis acti si rinviene nei loro scritti saggistici di politica e di costume. Non c’è mai attribuzione della causa dei guai del loro (e nostro) Paese all’incultura delle giovani generazioni con falsi rimpianti per l’erudizione di quelle precedenti (che non s’è trasformata in vera cultura).

La visione che essi hanno della storia del Bel Paese è lucida e raccontata con prosa priva di orpelli.

Leopardi e Gobetti indagano in maniera seria e approfondita sulla situazione complessiva italiana e non fanno tentativi di salvataggio della nostra cultura tradizionale.

E su tale strada, tracciata da questi due “grandi”  della nostra storia patria, che bisogna porsi, senza rimasticare vieti luoghi comuni e crogiolarsi nel mito di una passata grandezza (che, peraltro, per ciò che riguarda il pensiero filosofico ha solo due punte di vivida lucidità: la Repubblica romana e il Rinascimento). Per il resto è fatta dei “secoli bui” dell’oscurantismo religioso e della “cultura” (si fa per dire) degli intrighi di Corti, di Palazzi o di Curie.

Anche se la domanda può apparire a molti lettori addirittura irriverente, è necessario chiedersi se i guai dell’Occidente, sul piano della convivenza civile e della vita politica, non siano cominciati proprio dal filosofo più riverito del mondo occidentale, quel Platone ritenuto, dai più, un autentico gigante del pensiero e padre della civiltà Occidentale.

Più specificamente l’interrogativo potrebbe essere questo: si possono ritenere espressione di un pensiero filosofico veramente laico la visionarietà metafisica con mondi iperurani in luogo di Corti celesti, l’utopia politica di uno Stato ideale ed etico, luminoso come una città di Dio, l’autoritarismo dei capi civili pari a quello degli sciamani religiosi, la fossilizzazione della cultura e della scienza nell’Accademia, come nelle congreghe religiose? O non si tratta soltanto di manifestazioni di un sostanziale irrazionalismo (che pur si ammanta del suo contrario) e di una spiccata predilezione della fantasia a danno del raziocinio che  non sono tipiche di una speculazione filosofica? Ed è certo che non si possa pensare del padre riconosciuto dell’Idealismo, di avere spianato la strada alle ideologie della stessa matrice filosofica, terrifiche e sanguinarie del “secolo breve”? E ancora: è veramente inspiegabile che Fascisti e Comunisti hanno sempre posto su gagliardetti e bandiere i simboli di Alti Ideali da perseguire (fino alla morte, altra peculiarità religiosa) in uno Stato definito Etico?

Certo, l’idealismo, prima platonico, post-platonico, neo-platonico e poi idealistico tedesco non è  stato esso la causa unica dell’irrazionalismo e dell’autoritarismo che ha sempre contraddistinto l’organizzazione della polis nell’Occidente Euro-continentale.  Dopo quattro secoli, un contributo forse ancora più rilevante alla configurazione autoritaria e sostanzialmente illiberale degli Stati dell’Europa continentale l’hanno dato due religioni mediorientali, giudaismo e cristianesimo, infiltratesi nell’Impero romano. Avevano la stessa concezione dualistica del Cosmo di Platone e in più all’autorità del Maestro Ateniese sostituivano quella certamente, ai loro occhi, più rilevante di un Dio Unico. E nel Cristianesimo, anche di un figlio di Dio incarnatosi in una piccolissima parte della Terra, per portare (non si sa perché da lì) il bene all’intera ecumene.

Il leit motiv di tutti gli irrazionalismi filosofici e fideistici è sempre stato il perseguimento del bene dell’umanità; la storia ha dimostrato che si è troppo spesso raggiunto il risultato contrario: guerre religiose o di conquista, distruzioni, genocidi, stragi immani.

Nell’alleanza con il credo religioso cristiano i regimi clerico-fascisti e quelli catto-comunisti non hanno mai offerto grande prova di sé, come quelli dei sistemi politici che hanno fatto leva filosofica e religiosa, rispettivamente, sull’empirismo,  sull’anglicanesimo calvinista, sul liberalismo delle idee e nelle azioni.

La delusione ha provocato in molti abitanti della parte continentale dell’Europa un ripiegamento tardivo sulle teorie di Niccolò Machiavelli, alterandole e interpretandole come convinzione che i comportamenti degli uomini politici sono rivolti unicamente all’acquisto e alla conservazione del potere e prescindono da ogni considerazione di ordine morale.  E ciò ha prodotto dei risultati.

In politica, a differenza che nella religione, lo scetticismo cauto è la via di fuga prediletta dai paurosi: li colloca in un limbo di rassicurante distacco, da cui possono sempre far ritorno nelle braccia del nuovo autoritarismo di turno che prevale sui precedenti.

Tale andirivieni caratterizza in modo particolare la storia del Bel Paese.

Ciò che è avvenuto in Italia nel “decennio nero” è soltanto la conclusione recente di due millenni di dogmatismo e d’illiberalità e di una successione continua e ripetuta di “ducetti” di provincia.

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