Forse il “peggio” è veramente finito: il problema resta la nascita del “meglio”…

…che non dipende tanto dalle nuove forze politiche che si sono affacciate vittoriosamente alla ribalta della nostra Storia patria e avranno la gestione, almeno sotto l’aspetto formale, della “res publica”, quanto dal “vecchiume”, apparentemente ideologico ma sostanzialmente “mentale”, che caratterizza le persone di una certa fascia d’età, di gran lunga superiore di numero alla quantità dei prevedibili governanti piuttosto giovani (salvo, naturalmente, qualche caso isolato ed eccezionale) e ancora predominante nei gangli più vitali del nostro Paese.

I “matusa mentali” che fanno fatica ad abbandonare vecchi pregiudizi e preconcetti, che si sono nutriti di una cultura sedicente “valoriale” per un’etica spesso solo di comodo e per una non meglio chiarita e vaga “spiritualità”, hanno tuttora posizioni di rilevante potere: prevalgono e dominano ancora nel Palazzo, nei salotti buoni della borghesia romana e provinciale, negli organi di giustizia e soprattutto nei mass-media tradizionali.

I nuovi governanti dovranno tenere gli occhi ben aperti e ricordare soprattutto che l’Italia non è nuova a esperienze di tale genere.

La vecchia destra post-risorgimentale, liberale e laica (ma solo nelle sue più avanzate e rare punte di pensiero) fu fagocitata, vampirizzata e resa esangue, nonostante i suoi bellicosi propositi di “far piazza pulita” dei vecchi privilegi prelatizi, da una massa codina e parrocchiale, dal consueto “popol morto” di carducciana memoria.

All’epoca del brigatismo rosso, la potente lusinga del potere, esercitata dai vecchi “Solone” del giornalismo italico,  convinse i giovani, sedicenti “rivoluzionari” dell’ultra sinistra italiana (Lotta continua, Potere Operaio e via dicendo) a occupare posti di primaria importanza (che ancora detengono) nel mondo misterioso (per i suoi meccanismi sotterranei)  dei “mass-media” tradizionali.

E sarà proprio tale mondo, presso che totalmente in mano di uomini dell’alta Finanza e della grande Industria, per motivazioni falsamente “ideologiche” e invece di sola “fedeltà padronale”, a rappresentare l’osso più duro del cambiamento in Italia.

Il Bel Paese, comunque, non sarà isolato, ma in buona compagnia delle due maggiori liberal-democrazie occidentali.

Subirà, di certo,  le stesse previsioni catastrofiche dei “profeti di sventure” a paga fissa di finanzieri e industriali  che sono state (e sono tuttora) fatte per il futuro della Gran Bretagna di Theresa May e dell’America del Nord di Donald Trump.

I due Paesi Anglosassoni hanno avuto l’ardire, prima di noi, di contestare lo strapotere finanziario di Wall Street e della City. E sono in crescita, dopo avere recuperato posizioni perdute.

Certamente senza la Rete non sarebbero mai riuscite nel loro intento: i social, i giornali on line– come quelli su cui mi è consentito di scrivere – hanno dato spazio alle voci libere, non condizionate dai “padroni delle testate”.

Il grande cavallo della libertà futura si chiama Internet, il network fuggito, per la sua naturale essenza, alle mire egemoniche dei “padroni del vapore”

Quando il progresso tecnologico, fortunatamente inarrestabile, darà nuove possibilità alle persone non irreggimentate di esprimersi non vi saranno, a bloccare il cammino,  anatemi di tanti, troppi stantii laudatores temporis acti,  capaci ed esperti solo nell’eloquio di rimpianto.

Dovranno rassegnarsi a non nutrirsi più delle fandonie scritte e teletrasmesse negli anni della loro passata (e comprensibilmente rimpianta) giovinezza!

La liberazione dai vincoli dell’austerità imposta dall’Unione sarà necessaria al Bel Paese anche per affrancarsi dal suo gap in campo di tecnologia elettronica e digitale e sperimentare la sua ben nota capacità creativa nella produzione di beni immateriali.

All’Italia uscita dalle elezioni del 4 marzo spetterà, quindi, il compito di contrastare le condizioni di servaggio rispetto alle direttive di quelle due grandi centrali monetarie, da tempo e ancora oggi subite dall’UnioneEuropea.

Il problema non è, quindi, quello di stare o non stare in Europa: ci siamo per condizioni non soltanto geografiche e il discorso messo in tal modo è del tutto ozioso.

Si tratta, invece, di capire se vogliamo un’Unione Europea succube o libera (con adeguate riforme, ovviamente) dall’egemonia delle centrali mondiali dell’Alta Finanza e della Grande Industria e, per loro conto, dei burocrati soprattutto bancari che affollano i suoi vertici decisionali (non politici, purtroppo).

L’Unione Europea non ha bisogno di subire i diktat degli esecutori pedissequi e acritici  di  direttive che vanno solo nella direzione della protezione degli interessi del Gran Capitale.

Questi funzionari ad alta paga appaiono  preoccupati solo di garantire  l’imposizione di  un’austerità agli Stati-membri, necessaria per far riversare dal bilancio dello Stato (e quindi dalle tasche dei cittadini) i soldi necessari per soccorrere banche in difficoltà o agenzie incaricate di procurare mano d’opera a basso costo per le imprese europee in crisi di competitività.

La loro indifferenza alle possibilità di cambiamento, di sviluppo tecnologico, di crescita economica su nuove basi dovrebbe, più prima che poi, giungere al capolinea almeno per quegli Stati, in cui la maggioranza della popolazione ha capito la solfa e non intende più esserne frastornata, a scapito del suo stesso interesse.

Luigi Mazzella
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