cottarelli mattarella

Vari ambienti  culturali e  della vecchia sinistra sostengono che, per opporsi ai populisti, va affrontato il tema della diseguaglianza, nell’ultimo decennio trascurato. I liberali ricordano però che il tema non deve equivalere al ritorno all’uguaglianza dei cittadini quali individui, l’ideologia di moda nella seconda metà novecento e nei primi anni duemila. Altrimenti crescerà il pericolo della disaffezione verso la democrazia.  

La crescita dei populisti è frutto dell’aver denunciato i potenti gestori delle istituzioni, politici e burocrazie, disinteressati al mettere la macchina pubblica al servizio del cittadino. Il disincanto civile che ha dato fiato ai populisti, non dipende dalla diseguaglianza dei cittadini come individui, ma da istituzioni non più in grado di garantire ad ognuno  quello che dovrebbero garantire. Cioè non tanto gli uguali diritti legali di cittadino (abbastanza soddisfatti) quanto le condizioni di vita percepite oggi irrinunciabili in occidente. E non riassumibili nella disuguaglianza tra singoli individui bensì nella disuguaglianza individuale rispetto ai diritti di cittadinanza che ciascuno si aspetta. La sentono particolarmente le categorie sociali che non l’avvertivano due tre decenni fa. Come è possibile che, nonostante i grandi passi avanti della conoscenza, le istituzioni siano sempre meno capaci di assicurare al cittadino un livello di vita adeguato e di bloccare l’impoverimento delle sue condizioni?

Il voto del 4 marzo ha sconfitto i vecchi gestori, politici e burocrati, cui ormai gran parte dell’opinione pubblica  non crede più. Gli  85 giorni da allora hanno mostrato che i due vecchi partiti, PD e FI, le hanno provate tutte per non rispettare la volontà dei cittadini. Con l’aiuto dei poteri economici (dalle voci nebulose di ambienti dell’eurozona alla Confindustria) e di tutti i giornali che hanno fatto allarmismo preventivo contro i pericoli di un governo dei vincitori M5S-Lega. Visibilmente increduli del perdere i soliti riferimenti ministerali e impegnati ad attribuire ai vincitori l’etichetta di antisistema.  

Un’etichetta sbagliata. Antisistema sono i partiti che intendono mutare la logica delle strutture del sistema (per decenni lo furono PCI e MSI), non i partiti che intendono mutare la gestione di un sistema arrugginito. Uno sbaglio che esprime due realtà. Che si vuole identificare la gestione con l’istituzione (cioè il sogno di tutti i prepotenti illiberali) e che si cerca di nascondere l’esito del 4 marzo. Per fortuna, il Presidente della Repubblica ha esercitato il suo ruolo professionale, a partire dal non incaricare il centro destra (che, non avendo né maggioranza parlamentare né un rapporto reale di coalizione, avrebbe avuto il grande regalo per gestire poi le elezioni), al predicare cautela nell’applicare la linea del 4 marzo e fino all’esame della lista dei ministri sottopostagli dal Presidente del Consiglio incaricato su indicazione M5S e Lega. A questo punto, come conferma di persona, lui  “ha condiviso e accettato tutte le proposte per i ministri, tranne quella del ministro dell’Economia” (il prof. Savona). Ed ha anche detto il motivo. Il ministro dell’Economia deve essere “un esponente che – al di là della stima e della considerazione per la persona – non sia visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro”. Ma nel Contratto di governo tra M5S e Lega, richiamato prima dal prof. Savona, di questa volontà non c’è traccia  (anzi l’interessato conferma di essere a favore di un’Europa più forte ma equa). Perciò la considerazione espressa dal Presidente, pur del tutto legittima, non concerne le capacità di Savona, bensì una valutazione circa la possibile collocazione europea dell’Italia in prospettiva, anche nel vicino incontro del mese prossimo.  Il Presidente può ben averla in mente ma applicarla non rientra nei suoi compiti. E’ il Parlamento a decidere, poiché l’Italia non è una Repubblica presidenziale. Dunque è stato un errore l’insistere  nel rifiutare (ascoltando le riserve sotterranee di Banca d’Italia) la proposta di Ministro dell’Economia fattagli dal Presidente del Consiglio incaricato. Al riguardo, le polemiche potrebbero proseguire  per anni. Tuttavia la messa in stato di accusa non ha senso politico, foss’altro perché ha una procedura molto lunga, mentre la formazione del nuovo Governo  procede regolarmente stante la rinuncia del Presidente incaricato (senza recriminare) che ha sanato ogni questione procedurale in merito.

Per giudicare il nuovo incaricato prof. Cottarelli, si deve prima sapere quale programma e quali ministri farà. Ma soprattutto se avrà la fiducia alle Camere, cosa ad oggi molto difficile, non corrispondendo l’incaricato alla linea del voto del 4 marzo. In ogni caso, si torni o no al voto presto, come liberali, desideriamo sottolineare quattro aspetti. Primo. Specie dopo il 4 marzo, la disuguaglianza attuale non si batte con cittadini uguali ma al contrario col dare ad ognuno la possibilità di realizzare il suo esser diverso; dunque il governo deve mettere al centro il cittadino non a parole (tipo rassicurare i mercati e non pensare ai più deboli) e fare leggi con quest’unico fine. Due. Il Governo deve lasciare ogni spazio ad iniziative parlamentari che, prima del voto anticipato, modifichino la legge elettorale inadeguata a fare esprimere il cittadino. Tre. Il Governo deve evitare di assumere impegni in sede Europea senza preventive indicazioni del Parlamento, poiché è evidente la richiesta dei cittadini di ridiscutere come costruire l’Europa (del resto nata a passo a passo, non imperniata sulla rigidità e sull’austerità). Quarto. Puntare da subito a disincagliare la crescita reale, oggi troppo bassa, perché prigioniera di burocrazie autoreferenziali e oppressa da un enorme debito accumulato (che è tempo di tagliare oltre il pannicello caldo di connetterlo al deficit annuale) i cui interessi fagocitano risorse da non sperperare.

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