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Tavola rotonda conclusiva della Scuola 2018 di Liberalismo, tenutasi a Roma il 18 giugno 2018 presso la sede di Confedilizia in via Borgognona, 47.

Intervento di MARIO LUPO


Enrico Morbelli ci ha spiegato che il titolo di questa nostra tavola rotonda riproduce le parole con le quali che il comune amico Enrico Vanzina, anche lui di antica e sicura fede liberale, gli ha dedicato una copia del suo recente romanzo di successo “La sera a Roma”. Non so cosa avesse in mente l’autore nello scrivere quella dedica, ma a me piace leggervi una chiamata a raccolta dei liberali italiani, con finalità – che comprendo e condivido – di riarmo morale e di mobilitazione.

RIARMO MORALE

Per riarmo morale intendo l’insieme delle azioni volte a infondere nei liberali nuovi e rafforzati motivi di convincimento e di entusiasmo per il liberalismo e nuova e rafforzata fiducia nelle sue prospettive di affermazione e di successo.

Voglio ricordare al riguardo due criticità, che queste azioni dovrebbero cercare di superare.

Il primo fattore critico è di natura culturale. Come risaputo, la cultura liberale è la cultura del dubbio e cioè della consapevolezza critica di non poter mai raggiungere – in alcun campo dello scibile e del pensiero umano – la verità definitiva e di doverla perciò incessantemente ricercare con il metodo razionale della scienza, che progredisce per tentativi ed errori (by trial and error, come dicono gli anglosassoni). E purtroppo – come segnalava, già nel 1972, in un bel saggio sul Liberalismo Moderno, il nostro compianto amico Valerio Zanone – il razionalismo e lo scetticismo sono grandi dissolventi dell’entusiasmo.

Il secondo fattore critico, che la missione di riarmo morale in parola deve combattere e superare, è di natura storica: nei settantadue anni di vita dell’Italia repubblicana, i liberali italiani hanno subito una sequenza di situazioni ed esperienze frustranti tale da incidere certamente sul loro entusiasmo e sulla loro fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” del liberalismo nazionale.

Nei primi quarantacinque anni della Repubblica, essi dovettero infatti prendere atto che le culture politiche dominanti nel paese erano la cattolica e la marxista e cioè quelle della DC e del PCI, i due grandi partiti di massa allora egemoni in Italia. La cultura liberale, animatrice e traino del nostro Risorgimento nazionale, era si rappresentata – e anche molto degnamente ed efficacemente – nel Parlamento, nel Governo e perfino al vertice dello Stato (vedi la presidenza della repubblica di Luigi Einaudi), ma restava minoritaria. E per chi si impegna in politica, essere minoranza, contare poco è estremamente frustrante.

Agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, l’implosione della DC e del PCI (insieme con gli altri partiti storici dell’Italia Repubblicana, ivi incluso il PLI), fece sperare a molti liberali che, il liberalismo, non più costretto in una collocazione di nicchia da cattolicesimo e marxismo, potesse divenire cultura politica dominante nel nostro paese.

Berlusconi, in effetti, all’atto del suo ingresso nell’agone politico, alimentò questa illusione poiché. enunciò il proposito di fare di Forza Italia un partito liberale di massa e questa fu certamente una concausa del suo successo. Poi, però – come ebbe ad osservare argutamente Antonio Martino, fervente liberale e berlusconiano della prima ora – non fece nemmeno il partito liberale di…Carrara.

Oggi, infine, tutti – compresi gli ex democristiani, gli ex comunisti, gli ex socialisti…e perfino il mio caro e vecchio amico Fausto Bertinotti, già segretario del Partito della Rifondazione Comunista – si dichiarano liberali e questo genera due ulteriori negatività: (a) l’immagine del liberalismo ne esce confusa perché non si capisce più bene cosa con questo termine si voglia significare; (b) i veri liberali ne traggono un ennesimo motivo di frustrazione poiché i sedicenti nuovi adepti, nel segreto dell’urna, danno il proprio voto a partiti o movimenti che si ispirano a culture non solo diverse, ma  antagonistiche rispetto a quella pubblicamente dichiarata.  

È quindi bene che a noi poveri liberali – che per via di tante delusioni patite, abbiamo ormai la fronte avvilita e dimessa come quella dei Lombardi alla Prima Crociata – si indirizzino iniziative volte a riaccendere l’entusiasmo per il liberalismo e a ripristinare la fiducia nelle sue prospettive avvenire.

MOBILITAZIONE

La mobilitazione di noi liberali, in difesa del liberalismo, si rende necessaria per combattere tutte quelle culture politiche delle quali poc’anzi si diceva, non solo di diverso orientamento, ma addirittura antagoniste rispetto alla nostra e che si vanno affermando in tutto mondo contemporaneo, ma anche e in particolare in Italia, dove in occasione delle recenti consultazioni elettorali, hanno raccolto ampi consensi.

Mi limito a qualche esemplificazione in ordine a emblematiche superfici di contrasto e di attrito fra la nostra cultura e le loro.

 Noi liberali siamo per la difesa delle libertà economiche e politiche, degli individui e dei corpi intermedi, contro l’invadenza dello Stato. Vogliamo lo “Stato minimo” e la riduzione della spesa pubblica – in particolare di quella corrente e improduttiva – perché vi ravvisiamo la via obbligata per la riduzione del prelievo fiscale, che è da sempre una nostra battaglia identitaria.

I partiti che hanno avuto il maggior successo (o, per meglio dire,  il minore insuccesso alle elezioni del 4 marzo scorso) sono invece per una (insostenibile) espansione in deficit della spesa pubblica assistenziale (reddito  di cittadinanza) e previdenziale (abolizione/revisione della legge Fornero) e, nonostante questo, promettono irrealisticamente una forte riduzione del carico fiscale, soprattutto a beneficio dei ceti più abbienti, attraverso la cosiddetta flat-tax.

Noi liberali siamo per la democrazia rappresentativa che governa attraverso i partiti e un personale politico eletto e professionalizzato  invece i c.d. partiti del cambiamento -, in particolare il M5Sadottano un sistema di governo che è stato denominato  Tecno-populismo (v. in proposito un bell’articolo di Lorenzo Castellani sul numero di marzo della rivista internazionale “Le grand Continent”): in odio ai partiti tradizionali, essi fanno  eleggere nelle assemblee rappresentative (Parlamento, Consigli Regionali e Comunali, ecc.) un personale politico improvvisato e  impreparato per poi affidare i ruoli chiave del  governo nazionale e/o locale a tecnocrati non eletti.

Noi liberali siamo eunadianamente contro il mito dello Stato Sovrano e per l’Europa unita, mentre la cultura politica dei partiti che ci governano è sovranista e euro-ostile.

In politica internazionale l’opzione di noi liberali è da sempre l’Atlantismo, mentre Di Maio e Salvini simpatizzano per Putin.

AZIONI E ATTORI

Se le esigenze di riarmo morale e di mobilitazione che abbiamo passato rapidamente in rassegna sono di evidenza solare, più complesso è individuare le azioni più efficaci allo scopo e soprattutto chi ne potrebbero essere gli attori, atteso che un partito liberale adeguatamente attrezzato e performante non esiste oggi in Italia.

Questi temi, per la loro ampiezza, trascendono certamente l’economia di questa tavola rotonda e mi limito perciò a suggerire alla Scuola di Liberalismo, in prospettiva 2019, di farne oggetto dei suoi programmi.

Aggiungo soltanto che, a mio avviso, l’individuazione delle azioni in questione e anche, almeno in parte, la loro attuazione potrebbero essere compito delle numerose istituzioni di cultura liberale, che opportunamente fra loro coordinate potrebbero, giocare il ruolo qui ipotizzato e, per questa via, recuperare autorevolezza e visibilità.

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