di Luigi Mazzella

In attesa del “Quaderno” di Liberalismo Gobettiano proposto da Antonio Pileggi, la distinzione, da me abbozzata in modo diverso da quello tradizionale, tra “liberali” e “liberisti”, anche se, dalla generalità dei lettori non accettata, può tornare utile, a mio giudizio, a chi ne condivide l’essenza e non si fermi meramente, con piglio professorale, alla valenza terminologica, per capire come vanno le cose nel mondo; a eccezione, per certi aspetti  (che vedremo) dell’Italia.

In termini sintetici e generali, si può dire che sulla parte del Pianeta che contrassegna l’Occidente una “rivoluzione” liberale sta tentando di contrastare la degenerazione di un suo stesso cancro, da me chiamato “liberismo”, provocato dalle cellule impazzite della “globalizzazione”.

Se letta nel modo da me suggerito, la menzione dei due termini (liberalismo e liberismo), rimandando anche la mente all’esistenza di due poli di grandi forze, l’una esclusivamente economica e l’altra prevalentemente politica, può  aiutarci egregiamente a capire perché, pur non dichiarata, sia in atto una vera e propria guerra per il dominio degli Stati Occidentali. La lotta si svolge senza esclusione di colpi, anche mancini, con la propalazione di fake news (e altro) sotto i nostri occhi che pur sono sotto l’effetto occultante delle intense cortine fumogene del sistema mass-mediatico.

Con un pizzico di attenzione,  si possono anche scorgere i paradigmi, sotto cui sussumere le forze e i movimenti politici che operano nei singoli Paesi  in direzione e in favore del polo liberale o di quello liberista.

Chi legge può fare degli esempi da solo, escludendo, al momento, solo i moti della protesta in Italia.  Propongo delle domande:

Sotto quale paradigma si dovrebbe sussumere Emmanuel Macron? Sotto lo stesso di Trump, di May di Kurz o sotto quello opposto dei Clinton, di Obama, di Cameron, di Blair?

Ancora: notate molta differenza tra l’avventura del giovane e sconosciuto Emmanuelle, catapultato misteriosamente in Francia, dopo l’annientamento di tutti i partiti baldi e orgogliosi portatori  dei cosiddetti “valori repubblicani”, e quella del contradaiolo valdarnese, scelto dal nostro Capo dello Stato dell’epoca per guidare le sorti del Paese, pur essendo presso che ignoto e non avendo, comunque, ricevuto alcun mandato popolare per adempiere tale delicatissimo compito? Pensate che sia stata la stessa “manina” misteriosa ad aiutare l’uno e l’altro? E, in caso affermativo, dove si dovrebbe attaccare, con un’operazione chirurgica, quella “manina”? Al corpo di qualche potente finanziere o di qualche membro autorevole di “aggregazioni” a quel ricco ambiente connesse o, invece, alla corpulenta mole di Donald Trump o a quella più esile della Teresa May?

E infine, chi immaginate che possa esservi dietro la “resistibile ascesa” alla segreteria del Partito Democratico di Carlo Calenda, improvvisatosi uomo “politico”, dopo una brillante carriera nel settore impiegatizio dell’intrapresa privata: il fronte “liberista” delle élite finanziarie di Wall Street e della City o quello “liberale” dei fautori del recupero delle identità nazionali e della difesa delle relative sovranità, in via di realizzazione, da breve tempo, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America?

Piaccia o meno, nei Paesi dell’Europa continentale l’affermazione politica di un qualsiasi movimento o partito di protesta contro le storture del liberismo e della globalizzazione indiscriminata sembra passare attraverso l’aiuto di giganti politici che hanno saputo e sanno, con l’aiuto del web, utilizzare il  disgusto della gente per la corruzione montante nelle società e sovvertire la fortuna elettorale degliestablishment legati ai potentati economici mondiali, che continuano, in ogni caso, a detenere saldamente i cordoni della borsa e del credito e/o la proprietà dei mass-media del globo.

Tertium non datur! Dicevano i Romani, nostri progenitori, che conoscevano l’icasticità delle espressioni.

L’Italia che vive in un tale scenario politico non dovrebbe sfuggire alle due ipotesi sopra formulate, perché ogni idea di una possibile, diversa soluzione, sarebbe da considerare unicamente frutto o di una deficienza intellettiva o, peggio ancora, di un irrazionale sogno!

E invece, per il Bel Paese non è, almeno in toto,  così! La specifica peculiarità e l’assoluta originalità della situazione politica italiana ci pongono, ancora una volta, in una posizione sui generis. In altre parole, per i moti della protesta italiana, il sostegno in apicibus, in base alla mia esemplificazione, è veramente di difficile individuazione.

A differenza, infatti, di altri luoghi dell’Occidente, nella terra amena dello Stivale, ritenuta comunemente “patria” dell’armonia estetica, il moto di protesta, disegualmente diviso tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega, è nato come frutto della disarmonia palese rappresentata dalle urla volgari o becere, da un lato, di personaggi dell’intrattenimento iper-agitati e in vena di inarrestabile turpiloquio, dall’altro di uomini politici in “canotta”, che rifiutavano, in modo ostentato il nostro idioma, rivendicando improbabili origini celtiche.

Quel moto, quindi, “sacrosanto” di necessaria e urgente protesta popolare, pure atteso impazientemente da chi giudica intollerabile la presenza egemone sulla scena politica italiana dei responsabili del deprecato “decennio nero” (dal Porcellum al Rosatellum), è stato partorito da due madri e il popolo italiano, novello Salomone, dovrebbe sacrificarne una, in un prossimo show-down elettorale (se non si raggiunge un accordo di leale e proficua convivenza).

A differenza di ogni altro movimento “rivoluzionario” del mondo intero e della storia degli uomini,  i due tronconi dell’italica protesta presentano (in maniera non tanto sorprendente, in verità)  segni di gemellaggio:  ostentano un atteggiamento preconcetto e ostile verso chiunque abbia frequentato regolarmente e con profitto le scuole della Repubblica. Errore, questo, che, a lungo andare, non potrà essere privo di conseguenze negative, perché nessuna  grande rivoluzione al mondo (da quella americana  a quella  francese e ad altre) ha potuto fare a meno del contributo della gente di pensiero.

In conclusione, nel Bel Paese la confusione, purtroppo, non solo concettuale, domina sovrana.

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