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La Lupa e l’Aquila

C’è una diatriba consolidata, a dire il vero un po’ stucchevole, che da tempo divide le tifoserie delle due squadre calcistiche di Roma: la SS Lazio e la AS Roma. Si basa sostanzialmente sul desiderio marcatamente puerile di rappresentare in via esclusiva la Capitale a livello sportivo, rivendicando tra l’altro l’egemonia dell’animale che simboleggia la propria squadra del cuore. Chi vive nell’Urbe e dintorni sa bene che Romanisti e Laziali sono capaci di sfociare in liti furibonde sulla dignità dell’Aquila, simbolo biancoceleste, piuttosto che su quella della Lupa romanista. Discussioni troppo spesso condite dall’acredine tipica del derby capitolino, sovente prive di contenuto e, pertanto, facili al terrificante revisionismo storico e culturale di Roma.

Il calcio nella Capitale non è vissuto dai suoi abitanti con la forza di vere e proprie divisioni politiche e culturali, come accade in città come Glasgow, dove gli indipendentisti cattolici del Celtic sono contrapposti agli unionisti protestanti dei Rangers. Mancano solide motivazioni a distinguere i Laziali dai Romanisti, ma il fascino del confronto cittadino è assorbito, anche ammorbato, dal volere gli uni culturalmente, eticamente e socialmente opposti agli altri. Capita di sentire il tifoso biancoceleste rivendicare la primogenitura della propria squadra a Roma e l’appartenenza a un ceto abbiente geograficamente collocabile nella zona nord della città, declassando i dirimpettai a “plebaglia” discendente da immigrati e ammassata nelle borgate e nei quartieri di Roma sud. Il romanista, invece, evidenzia come i colori giallorossi siano tifati un po’ da tutti i ceti sociali cittadini, sbandierando con orgoglio il fatto che il suo team porti i colori, il nome e il simbolo dell’Urbe, e ghettizzando i biancocelesti a minoranze “burine” presenti quasi esclusivamente nelle province. Proprio sul simbolo il confronto-scontro assume toni a volte ridicoli con entrambe le tifoserie propense anche all’insulto verso l’animale che campeggia sullo stemma dei rivali; la Lupa per i Laziali è una “cagna”, per i Romanisti l’Aquila una “quaglia”.

L’agone spinge, comunque, a porsi una domanda: è l’Aquila laziale l’animale degno di rappresentare Roma oppure la Lupa che allatta Romolo e Remo? E qui più che il tifoso della Curva Sud o della Curva Nord possono essere d’aiuto la storia e la letteratura della città. E bisogna risalire alle origini.

Roma, è noto, ha una storia antichissima, di un fascino con pochi eguali al mondo. E gli albori della città, evidentemente fumosi per certi versi data la lontananza nel tempo, sono di straordinario effetto. Sotto il profilo storico l’Urbe nacque per volontà dei Latini, popolazione indoeuropea abitante l’area che dal fiume Tevere copriva la parte sud del Lazio, a ridosso di un altro fiume, il Liri. Il cuore della terra latina era localizzato sui Colli Albani, oggi costellati dalla bellezza dei borghi dei Castelli romani, noti per la bellezza naturalistica dei boschi e dei laghi, per l’eleganza delle ville e dei caseggiati, per la bontà della cucina. Questa area fu definita Latium vetus con la città di Alba Longa a capo della confederazione dei Latini, impegnati in affari e scontri frequenti con i vicini Volsci, Equi ed Ernici al Sud, i Sabini ad est e gli Etruschi a nord del Tevere.

Roma si formò man mano, nascendo come emporio di quelle popolazioni, nell’area primigenia del Foro Boario, a ridosso del fiume tiberino, tra i colli Capitolino, Palatino e Aventino.

La leggenda, invece, narra della fondazione dell’Urbe da parte di Romolo il quale, insieme al fratello Remo, scampò da morte certa grazie alle cure di una lupa. Ecco, dunque, comparire sulla scena il primo dei due animali oggetto dell’odierna diatriba calcistica. Ma la fonte? Non ve ne è solo una.

In primis, Tito Livio, lo storico romano che visse tra il 59 a.C. e il 17 d.C., autore dell’importantissima Ab urbe condita. Nel primo libro di questa “Storia di Roma”, Tito Livio racconta che una lupa, scesa verso il fiume dai monti circostanti per dissetarsi, fu attratta dal pianto di due gemelli, abbandonati in una cesta, e si accucciò per allattarli. Il mito è ben noto. Lo storico riporta quella che fu una tradizione orale giunta fino ai suoi tempi, una narrazione di grande importanza per la Gens Iulia, di cui il contemporaneo Augusto fu massimo esponente, perché rimarcava il legame di sangue dell’imperatore e, prima di lui, di Giulio Cesare con Romolo. Nei Musei Capitolini vi è un bellissimo dipinto di Pieter Paul Rubens che raffigura perfettamente l’immagine materna della lupa che si prende cura dei gemelli. Lo stesso Tito Livio ipotizza che “lupa” potesse essere il soprannome di Acca Larentia la quale, insieme al pastore Faustolo, allevò Romolo e Remo. “Lupae” erano per gli antichi le sacerdotesse che professavano la prostituzione sacra in onore della dea Lupa, simbolo di fertilità e purificazione, secondo riti che i Romani mutarono nei Lupercalia, in onore di Fauno venerato come protettore del bestiame. Il Lupercale era una grotta trasformata in santuario ai piedi del colle Palatino, rinvenuta dagli archeologici qualche anno fa, nel luogo dove Romolo e Remo furono accuditi dall’animale. Col tempo le lupae divennero meretrici, private del valore sacro delle origini, e confinate nelle case del piacere note come lupanari.

Tito Livio ci racconta che gli edili curuli Gneo e Quinto Ogulnio edificarono, oltre alle porte di bronzo del tempio dedicato a Giove Capitolino, la statua della Lupa che allatta Romolo e Remo presso il fico ruminale (Ruminale, Romolo, Roma) sulle sponde del Tevere dove l’animale salvò i gemelli. Siamo nel 296 a.C.

Narra di questa scena leggendaria anche lo storico greco Dionigi di Alicarnasso nel suo Antichità romane, divulgato nell’8 a.C., Plutarco nelle Vite parallele e Marco Terenzio Varrone, a cui dobbiamo persino l’indicazione della data della nascita di Roma: 21 aprile del 753 a.C.

Marco Tullio Cicerone, nel suo De divinatione, scrive di quando le effigi divine, di Romolo e Remo “con la belva che li allattò” precipitarono colpiti dall’impeto di un fulmine, soffermandosi su quale significato profetico potessero avere certi eventi atmosferici.

Dunque, una narrazione piuttosto ricca, che interessò molti dei grandi pensatori di Roma antica, ancora più significativa se collegata alla contemplazione della grande statua bronzea della Lupa Capitolina, conservata oggi nei Musei Capitolini, di fattura etrusca o, forse, altomedievale.

In ogni epoca storica questo fiero animale occupa un posto privilegiato nell’inconografia romana; lo troviamo sulle monete come il denario di Sesto Pompeo Faustolo, sulle urne e nell’ambito di celebrazioni come i ludi saeculares. Gli imperatori ne fecero un uso ricco e fortemente simbolico, da Augusto alla Dinastia Flavia, da Adriano ad Antonino Pio.

Infine, la lupa divenne, in epoca imperiale, simbolo di alcune legioni, secondo l’usanza di attribuire un animale alle composizioni dell’esercito romano.

Ma quando l’animale assume ufficialmente il titolo di simbolo di Roma? Nel 1471 d.C., la Lupa Capitolina, fino ad allora tenuta in Laterano, venne donata da Papa Sisto IV al popolo romano e posta nella Sala che porta il suo nome nei Musei Capitolini, il più antico museo pubblico del mondo. Al bronzo antico dell’animale vennero aggiunti Romolo e Remo, probabilmente da Antonio del Pollaiolo. Da qui l’appellativo di Mater Romanorum.

Ed ora passiamo all’Aquila, riconducibile nell’antichità a Giove. Fu Dionigi di Alicarnasso, nel libro terzo della sua storia di Roma antica, a raccontarci che questo nobile animale entrò in contatto con i Romani per la prima volta grazie all’etrusco Tarquinio Prisco. Quando Tarquinio giunse alle porte di Roma, nei pressi del Gianicolo, un’aquila, rapace ghermì il suo copricapo, lo condusse in alto e lo ripose sulla sua testa. Ciò fu interpretato come segno di buon auspicio. Divenuto Re di Roma, alla morte di Anco Marzio che lo aveva adottato, sconfisse i suoi consanguinei Etruschi che gli resero omaggio, tra l’altro, con uno scettro sormontato da un’aquila.

Successivamente l’uccello ricompare grazie a Gaio Mario. Sallustio, nel Bellum Iugurthinum, racconta che il generale arpinate inaugurò la tradizione romana di adottare l’animale come insegna legionaria nella guerra contro i Cimbri.  Una tradizione talmente importante che il signifer chiamato Aquilifer divenne il protettore in battaglia dell’emblema, donato direttamente dal Senato o dall’Imperatore; perderlo era l’onta più grave per l’esercito romano.

Sempre nei Musei Capitolini è possibile ammirare la Sala delle Aquile, chiamata così per la presenza di due sculture di aquile di epoca romana.

L’animale è spesso presente nelle celebrazioni degli Imperatori, da Augusto ad Antonino Pio fino a Costantino, volto a osannare non solo la forza dell’esercito, ma anche il connubio divino della massima autorità romana con Giove.

E’, comunque, opportuno evidenziare che l’aquila assunse valore di simbolo autentico non tanto per l’antica Roma, quanto per il Sacro Romano Impero e, in forma bicefala, per l’Impero romano d’Oriente.

In conclusione, non vi è dubbio che la Lupa, sin dall’antichità fino ai nostri giorni, detenga il titolo di simbolo di Roma, in qualità di Mater Romanorum, grazie a una forte simbologia di forza e dolcezza materna di indiscutibile fascino. Non di meno, l’Aquila è entrata nella tradizione e nella cultura romana grazie agli Etruschi, divenendo l’emblema di quel modello di espansione e civilizzazione capace di influenzare i regni e gli imperi a seguire, da Carlo Magno a Napoleone, dalle dittature del Novecento ai grandi stati odierni.

Entrambi gli animali esprimono, per volontà stessa dei Romani, le caratteristiche di una città che, da piccolo mercato, è diventata modello di riferimento della cultura occidentale: da un lato la forza protettrice della Lupa e dall’altro la fierezza dell’Aquila.

Con buona pace di Romanisti e Laziali, la cui litigiosità meramente calcistica non può scalfire valori universali di cui l’Urbe si è fatta portatrice nei secoli. La presa in giro ci sta, ma entrambe le tifoserie dovrebbero ricordare che l’insulto all’animale simbolo della squadra capitolina avversaria è un’offesa diretta alla città che gli antichi Romani non avrebbero tollerato.

Massimiliano Giannocco