Karl Marx nel bicentenario della nascita.

Ascendenze del filosofo di Treviri nella ‘rivoluzione liberale’ di Piero Gobetti 

di Rosita Tordi Castria

Tra le molteplici ascendenze rilevabili nella formazione culturale di Piero Gobetti senz’altro non trascurabile quella del pensiero di Karl Marx, come documenta la stessa rivista “Energie Nove” che nel novembre 1918 segna l’avvio della sua esperienza editoriale.

Si profila già in questa fase il rapporto intellettuale e amicale tra Gobetti e Antonio Gramsci, l’intellettuale sardo trasferitosi nel 1911 a Torino per seguire all’Università i corsi della Facoltà di Lettere che interromperà nel 1915 per dedicarsi totalmente all’attività politica.

Entrambi sono convinti del ruolo decisivo di un’azione diretta del proletariato per mutare il corso della storia e il primo diffondersi in Italia delle notizie della rivoluzione russa dell’ottobre 1917 trova in essi immediato ascolto.

E tuttavia è proprio su questo terreno, sui modi di organizzazione di un processo rivoluzionario in Italia, che si consumerà il loro incontro/scontro: se totale sarà la condivisione della lotta a oltranza contro il fascismo, divaricazioni via più accentuate si manifesteranno nel loro atteggiamento riguardo agli eventi russi.

Gramsci infatti accoglie senza riserve la dottrina di Lenin e si attiva immediatamente per diffonderla, mentre Gobetti non la condivide affatto e incentra la sua riflessione direttamente sul pensiero di Marx di cui apprezza in primo luogo l’idea che ‘conoscere è agire’, che il mondo non vada solo interpretato ma trasformato: “L’azione ci prende per una necessità di armonia, garantita dalla responsabilità, col fanatismo della coerenza”.

É in questa direzione che Gobetti promuove un vivace dibattito in “Energie Nove”.

Nel fascicolo di febbraio 1919 accoglie l’articolo di Gramsci, Stato e Sovranità, non senza precisare in esergo: “A soddisfare la promessa fatta ai nostri lettori pubblichiamo questi appunti dell’amico Gramsci, avvertendo che per le sue condizioni di salute non ha potuto ora rielaborare ciò che aveva scritto frettolosamente dopo la lettura dell’articolo del Giuliano”.

La risposta di Balbino Giuliano sarà registrata in chiusura dello stesso fascicolo. Seguiranno, nel fascicolo di giugno, Marxismo e Socialismo ancora di Giuliano, Il marxismo nella storia della filosofia di Guido De Ruggiero,  Mazzini e Marx di Achille Loria.

Nel giro di pochi mesi, nel febbraio 1920, Gobetti decide tuttavia di chiudere l’esperienza di “Energie Nove” e di adoperarsi per dar forma al progetto di una ‘rivoluzione liberale’ intesa come un ‘nuovo liberalismo’.

A distanza di due anni, nel febbraio 1922, avvia infatti un settimanale politico dall’emblematico titolo, “Rivoluzione Liberale”, al quale affiancherà, nel dicembre 1924, nel tentativo di passare più agevolmente tra le maglie strette della censura di regime, il quindicinale di letteratura, “Il Baretti”.

Inaggirabili le intimidazioni fasciste: “Rivoluzione Liberale”, dopo ripetuti sequestri, dovrà sospendere le pubblicazioni nel novembre 1925; “Il Baretti”, sia pure con varie interruzioni, proseguirà fino al dicembre 1928 in omaggio al fondatore e direttore il quale si era spento nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926 in una clinica di Parigi, la città dove si era appena trasferito, fiaccato nel fisico per le violenze subite.

Trattamento non dissimile sarà inflitto dal regime fascista allo stesso Gramsci: il carcere, il confino e poi la morte che lo colpirà in ospedale a Roma la mattina del 27 aprile 1937.

Lo straordinario profilo che Gobetti gli dedica in La lotta politica in Italia, secondo capitolo del saggio La Rivoluzione Liberale, edito nel 1924 dall’editore bolognese Cappelli, la dice lunga sulla intensità del loro rapporto intellettuale: “Pare venuto dalla campagna per dimenticare le sue tradizioni, per sostituire l’identità malata dell’anacronismo sardo con uno sforzo chiuso e inesorabile verso la modernità del cittadino. Porta nella persona fisica il segno di questa rinuncia alla vita dei campi, e la sovrapposizione quasi violenta di un programma costruito e ravvivato dalla forza della disperazione, dalla necessità spirituale di chi ha respinto e rinnegato l’innocenza nativa. Antonio Gramsci ha la testa di un rivoluzionario; il suo ritratto sembra costruito dalla sua volontà, tagliato rudemente e fatalmente per una necessità intima, che dovette essere accettata senza discussione: il cervello ha soverchiato il corpo. Il capo dominante sulle membra malate sembra costruito secondo i rapporti logici necessari per un piano sociale, e serba dello sforzo una rude serietà impenetrabile; solo gli occhi mobili e ingenui ma nascosti dall’amarezza interrompono talvolta con la bontà del pessimista il fermo rigore della sua razionalità. La voce è tagliente come la critica dissolutrice, l’ironia s’avvelena nel sarcasmo, il dogma vissuto con la tirannia della logica toglie la consolazione dell’umorismo. C’è nella sua sincerità aperta il peso di un corruccio inaccessibile; dalla condanna della sua solitudine sdegnosa di confidenze sorge l’accettazione dolorosa di responsabilità più forti della vita, dure come il destino della storia; la sua rivolta è talora il risentimento e talora il corruccio più profondo dell’isolano che non si può aprire se non con l’azione, che non può liberarsi dalla schiavitù secolare se non portando nei comandi e nell’energia dell’apostolo qualcosa di tirannico. L’istinto e gli affetti si celano ugualmente nella riconosciuta necessità di un ritmo di vita austera nelle forme e nei nessi logici; dove non vi può essere unità serena e armonia supplirà la costrizione, e le idee domineranno sentimenti e espansioni. L’amore per la chiarezza categorica e dogmatica, propria dell’ideologo e del sognatore gli interdicono la simpatia e la comunicazione sicché sotto il fervore delle indagini e l’esperienza dell’inchiesta diretta, sotto la preoccupazione etica del programma, sta un rigorismo arido e una tragedia cosmica che non consente un respiro di indulgenza. Lo studente conseguiva la liberazione dalla retorica propria della razza negando l’istinto per la letteratura e il gusto innato nelle ricerche ascetiche del glottologo; l’utopista detta il suo imperativo categorico agli strumenti dell’industria moderna, regola colla logica che non può fallire i giri delle ruote nella fabbrica, come un amministratore fa i suoi calcoli senza turbarsi, come il generale conta le unità organiche apprestate per la battaglia: sulla vittoria non si calcola e non si fanno previsioni perché la vittoria sarà il segno di Dio, sarà il rovesciamento matematico della praxis. Il senso epico è dato qui dal freddo calcolo e dalla sicurezza silenziosa: c’è la borghesia che congiura per la vittoria del proletariato”.

Si direbbe un racconto a dissolvenze incrociate in cui Gobetti voglia far passare l’idea che si tratti in qualche misura di un ritratto anche a chiarezza di sé: incomponibili divergenze ma anche una indiscutibile affinità di fondo.

Altre pennellate al ritratto:

“Come scrittore fu una rivelazione dell’Avanti!

Nella pagina dedicata alla vita torinese egli ebbe una rubrica sua, Sotto la Mole, di polemica distruttrice e di satira acerba: nei suoi scritti si sentì subito uno stile feroce, incalzante, dialettico, serenamente rude: la luce della disperazione catastrofica di Marx mescolata con le visioni di dialettica storica di Oriani, e l’arte delle rispondenze e delle costruzioni armoniche attinte dai classici”.

É quindi sottolineata l’ammirazione di Gramsci per Lenin:

“Ma la sua attività di teorico del processo rivoluzionario incomincia con l’opera presentata nel Grido del Popolo. Il piccolo settimanale di propaganda del partito diventò nel 1918 una rivista di cultura e di pensiero. Pubblicò le prime traduzioni degli scritti rivoluzionari russi, propose l’esegesi politica dell’azione dei bolscevichi. L’animatore di queste ricerche, benché il direttore apparente sia altri, è il cervello di Gramsci. La figura di Lenin gli appariva come una volontà eroica di liberazione: i motivi ideali che costituivano il mito bolscevico, nascostamente fervidi nella psicologia popolare, dovevano agire non come il modello di una rivoluzione italiana ma come l’incitamento a una libera iniziativa operante dal basso.

Le esigenze antiburocratiche della rivoluzione italiana erano state avvertite da Gramsci, fin dal 1917, quando il suo pensiero autonomista si concretò in un numero unico, dal titolo significativo, La città futura, pubblicato come modello e come annuncio di un giornale di cultura politica operaia”.

Gobetti ferma quindi l’attenzione su “L’Ordine Nuovo”, il periodico fondato da Gramsci nel maggio 1919, al quale ha collaborato nel biennio 1921/1922 con articoli di critica teatrale e che non esita a definire “il solo documento di giornalismo rivoluzionario e marxista che sia sorto in Italia con qualche serietà ideale”.

Non v’è dubbio che Gobetti, a differenza di Gramsci, non accetta il Marx economista e tuttavia avverte la capacità seduttiva dello scrittore e ne apprezza le qualità di filosofo e storico.

Recita il saggio del 1924, Coscienza liberale e classe operaia: “Bisogna avere il coraggio di affermare che questa è l’ “ora di Marx”; pochi tra gli scrittori del secolo storico (degli italiani, solo Cattaneo) si possono rileggere con tanta commozione fremente e sdegnosa.

Bisogna ristamparne le pagine di critica della piccola borghesia: sono la critica al fascismo! Alla sua polemica contro il comunismo utopistico e anarchico e contro la democrazia traditrice potremmo mettere i nomi del sovversivismo inconcludente e dell’incertezza socialdemocratica che ci diedero nel dopoguerra, invece della rivoluzione proletaria, la rivolta degli spostati e dei reduci. (…).

In Marx mi seduce lo storico (gli studi sulle lotte di classe in Francia) e l’apostolo del movimento operaio. L’economista è morto, con il plusvalore, con il sogno dell’abolizione delle classi, con la profezia del collettivismo. In filosofia, il suo hegelismo è un progresso rispetto a Hegel. Il materialismo storico (senza determinismo, che sarebbe un fraintendere il concetto luminoso di rovesciamento della ‘praxis’), e la teoria della lotta di classe sono strumenti acquisiti per sempre alla scienza sociale e che bastano alla sua gloria di teorico”.

E subito dopo Gobetti non esita a confessare: “Se ci richiedono dei simboli: Cattaneo invece di Gioberti, Marx invece di Mazzini”. (…).

Mazzini e Marx (ove si prescinda dalle espressioni sentimentali che trovano i loro miti e dall’antitesi di stile e psicologia che li separa: Mazzini, romantico, vaporoso, impreciso; Marx chiaro, inesorabile, realista) pongono in due ambienti diversi le premesse rivoluzionarie della nuova società e, attraverso i concetti di missione nazionale e di lotta di classe, affermano un principio volontaristico che riconduce la funzione dello Stato alle libere attività popolari risultanti da un processo di individuale differenziazione. In questo senso Mazzini e Marx sono liberali. Tuttavia Marx parla al popolo un linguaggio che può essere inteso perché si fonda sulle esigenze prime che caratterizzano la vita sociale, Mazzini resta in un apostolato generico e retorico, sospeso nel vuoto dell’ideologia, perché non potendo rivolgersi all’uomo dell’industria e dell’officina parla a un popolo di spostati, di disoccupati, di ufficiali pubblici”.

Prendendo quindi in esame il saggio di Benedetto Croce, Partito come giudizio e come pregiudizio, in cui la lotta sociale è definita “un concetto  logicamente assurdo, perché formato mercé l’indebito trasferimento della dialettica hegeliana dai concetti puri alle classificazioni empiriche, e praticamente pernicioso, perché distruttivo della coscienza dell’unità sociale”, Gobetti fa rilevare: “In realtà la praxis ci addita ogni giorno in seno all’unità sociale il formarsi di classi distinte che, per legge naturale, si ipostatizzano, si associano, si combattono per interessi presenti e idealità future”.

E se respinge l’idea di un’abolizione finale delle classi gli piace tuttavia sottolineare i distinguo rispetto alla dialettica hegeliana da parte di Marx, di cui cita un giudizio molto netto in questa direzione: “Per Hegel il processo del pensiero, che egli sotto il nome di Idea trasforma in soggetto indipendente, è il demiurgo della realtà, mentre la realtà è solo il suo fenomeno esteriore. Invece, per me, il fattore ideale è solamente il fattore materiale trasferito e tradotto nella mente degli uomini.

(…). La mistificazione cui è soggetta la dialettica nelle mani di Hegel non impedisce che egli sia stato il primo ad averne esposto distesamente e consapevolmente le parti generali di movimento. In lui è piantata sulla testa. Occorre rovesciarla per trovare il nocciolo materiale dentro il rivestimento mistico”.

E in questo caso il consentimento di Gobetti è senza riserve: una concezione di intransigente immanentismo è a fondamento del suo progetto culturale di cui tuttavia condizione irrinunciabile è una anti-ideologica rivendicazione della libertà dell’individuo: “L’ideale di un partito unico resterà sempre il sogno mediocre dei regimi teocratici e corruttori”.

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