di Maria Caterina Federici

L’uomo civile ha barattato una parte 

della sua possibilità di felicità

per un po’ di sicurezza.

Sigmund Freud

Sfiducia, indifferenza, egoismo: la liquidità dei legami contemporanei rende quasi impossibile identificarsi nel bene comune.

Il focus del problema è la paura: in caso di pericolo l’essere vivente si concentra soltanto sulla propria sopravvivenza con una prevalenza dell’istinto.

Il tema della paura da Hobbes pervade la storia, la riflessione politologica e, da ultimo, le scienze sociali costituendo il fondamento del potere assoluto del Leviatano ma anche, in Machiavelli, del Principe che ne sappia governare gli effetti.

Oggi la scomposizione sociale e politica contribuisce ad aumentare l’incertezza e la paura.

La fenomenologia della paura, “vivere nella giungla” urbana per esempio, mancare di protezioni sociali non sapere cosa si sta mangiando, non avere contezza dell’esito di una terapia, respirare aria inquinata, iniziare un viaggio con tecnologie avanzate, utilizzare strumenti di comunicazione e di lavoro telematici, si appalesa sotto forma di criminalità, inquinamento, sofisticazioni alimentari, terrorismo, straniero alle porte, violazione di codici di accesso a beni e servizi (Augé, 2013).

Tra l’ “abbiate paura” pronunciate da Bin Laden o il “non abbiate paura” di Giovanni Paolo II nel 1978, tra un prima e un dopo, così come prima e dopo, si è creata una doppia paura dell’Altro e del futuro in una epoca in cui il desiderio e la libertà individuale e lo sviluppo della tecnica sono così inarrestabili da rischiare di mettere in gioco i fondamenti stessi del sociale.

Il mancato riconoscimento della tragicità delle scelte porta ad erodere le responsabilità.

I valori sociali sono prerequisiti per lo sviluppo di valori individuali come l’etica del lavoro. Queste ultime possono essere coltivate nel contesto di gruppi molto coesi e stabili – famiglia, scuola, posto di lavoro – i quali vengono promossi nelle società che hanno un alto grado di solidarietà sociale e costituiscono la base della fiducia sociale che crea sicurezza.

La famiglia potrebbe servire come esempio di un gruppo che funziona meglio perché la fiducia non è stata sostituita da leggi e contratti. Nella maggior parte delle società moderne lo stato non regola strettamente le relazioni tra genitori e figli. Ovvero, esso non dà dettagliate istruzioni riguardo alla quantità e la qualità del tempo che i genitori dovrebbero dedicare all’educazione dei figli, come dovrebbero istruirli e quali valori dovrebbero insegnare loro. Mentre le dispute familiari sono sottoposte a tribunali se coinvolgono violazioni del contratto matrimoniale o reati penali, nelle altre aree le famiglie sono lasciate libere di risolvere le loro dispute. Questo succede perché si suppone che i genitori abbiano un naturale senso di responsabilità verso i propri figli. Le cose, naturalmente, possono andare altrimenti: già negli Stati Uniti si parla di “diritti dei figli”, si registrano cause civili che coinvolgono genitori e figli e altri tentativi di estendere il sistema giuridico alle relazioni familiari.

Secondo Durkeim: «La società non è neppure la sola interessata alla formazione di gruppi speciali capaci di regolare l’attività che si sviluppa in essi, e che altrimenti diventerebbe anarchica: l’individuo – da parte sua- trova in essi una fonte di gioia. Infatti l’anarchia è dolorosa per lui: anch’egli soffre per causa dei dissensi e dei disordini che si producono tutte le volte che i rapporti interindividuali non sono sottomessi a nessuna influenza regolatrice» (1933: 15).

Nelle nostre società ma anche in società ancora più antiche delle nostre esiste un rapporto inverso fra estensione della fiducia sociale e produzione di norme scritte. Se i cittadini ripongono la loro fiducia nell’Altro e nelle autorità, il controllo sociale è informale, diffuso, orizzontale e non necessita di troppe norme. Poche leggi, chiare, non in contraddizione tra loro ne sono l’esito.

Nelle società ove la sfiducia sociale è dominante, ove esiste il sospetto reciproco tra cittadini e organi statali, si esercita un controllo verticale con l’emanazione di numerose norme scritte. Nel primo caso, la eccessiva proliferazione di norme, ai fini del controllo sociale, determina una certa confusione legislativa che accresce la sfiducia e contribuisce ad aumentare le condizioni stesse che l’avevano originata.

Michel de Montaigne parla di un movimento ineguale, irregolare, multiforme, qualcosa che per sua natura si presenta irriducibile alle esigenze di un diritto che parla di eguaglianza, regolarità, uniformità, di estrazioni che non tollerano l’imprevedibile, la sorpresa, il cangiante. La vita umana, l’azione umana e il massimo di soggettività immersa nelle passioni, nell’intimo dei motivi che le regole non possono e forse non vogliono cogliere perché parlano il linguaggio della ragione e non dei sentimenti. Le ragioni del cuore che la ragione non può comprendere. La lettura sociologica della realtà impone attenzione alle ragioni del cuore, ai sentimenti, alle passioni, agli istinti, veri motivi dell’umano agire. Anche se un sistema di regole preconfezionate che vada bene per tutti è oggi molto difficile per la profonda crisi dell’etica, anche se il concetto di limite va scomparendo pone un punto di domanda sul tema della sicurezza cui la sociologia può e deve dare un contributo fondamentale senza attribuire consistenza scientifica ad affermazioni che non ne hanno, in una materia delineata in senso interdisciplinare.

Il radicamento della scienza criminale che cerca di appurare se è nel cervello delle persone che delinquono che si origina il problema risponde ad un duplice obiettivo: da un lato prevenire, dall’altro trovare attenuanti in chi ha commesso gravi devianze. Dalla classica e antica fisiognomica che cercava di classificare l’indole delle persone sulla base dei loro tratti somatici, soprattutto facciali e del cranio, fino alla frenologia e poi all’antropologia criminale di Cesare Lombroso che, con impegno, descrisse le caratteristiche fisiche de L’uomo delinquente e de La donna delinquente, conquistando fama e notorietà con i suoi studi e contribuendo alla origine scientifica della criminologia. Cesare Lombroso analizza le caratteristiche fisiche che avrebbe dovuto avere il cervello del delinquente, molte delle quali riscontrabili nei tratti somatici dello stesso delinquente. La sua tesi sull’atavismo esposta in cinque diverse revisioni ne L’uomo delinquente del 1897, fortemente connotata dal positivismo determinista, trova il suo apice, la sua testimonianza e al tempo stesso la sua confutazione nello studio del cranio del brigante calabrese Giuseppe Villella, morto nel 1864, alla base del quale Lombroso individuò la fossetta occipitale mediana, eredità dell’uomo primitivo, fondamento dell’atavismo che porterebbe a delinquere.

La “fossetta” costituisce il totem dell’antropologia criminale come provò a ripetere anche a Lev Tolstoj che andò ad incontrare il 20 Agosto 1897 a Jasnaja Polijana, cercando conferme, ricevette una confutazione drastica, la definizione di delirante poiché per Tolstoj criminale è ogni punizione.

Il “fantasioso Lombroso”, così definito da Sigmund Freud e Stefan Zweig, esaltato da alcuni e considerato un anedoctier della scienza, un brillante confusionario con idee suggestive, come scriveranno Papini e Prezzolini, si presta ed è prestato con le sue raccolte di biografie, a fornire materia alla letteratura del tempo da I miserabili di Victor Hugo ai surrealisti francesi e Breton de La révolution surréaliste del 1924 ove, come l’Atlante del nostro gli aderenti al movimento compresi Savinio e De Chirico circondano il volto devastato di Germaine Berton, che ha assassinato Plateau, giungendo a influenzare persino De Amicis che nel Cuore descrive il perfido Fanti come un fanciullo delinquente o Emile Zola ne “Bestia Umana” in cui l’omicida Jacques Lantier presenta una mascella troppo pronunciata e l’innocente Cabuche e di Roubaud presentano fronte bassa, collo taurino e sopracciglia unite, come ne L’anno 3000. Il sogno di Paolo Mantegazza che nel 1897 prevede l’eliminazione fisica dei neonati cui si riscontra una tendenza al delitto o come in Resurrezione di Lev Tolstoj ove il procuratore utilizza le ultime teorie in voga apprese dopo la visita di Lombroso.

Anche in tempi più recenti Joseph Conrad descrive Ossipon anarchico, degenerato e delinquente ne L’agente segreto del 1907 o Richard Austin Freeman con il suo antropologo criminale che colleziona teschi nella sua casa museo dell’orrore in Vendetta di uno scienziato del 1913. Anche Kafka non sembra immune da influenze lombrosiane se scrisse il Processo dopo aver frequentato presso l’Università di Praga lezioni di un giurista di formazione lombrosiana, e il suo procuratore K. Viene sconfitto per aver applicato la teoria del mostro.

“Il dono della Paura”, come lo definisce Gavin de Backer, ha pervaso e pervade larga parte della produzione artistica in tutte le epoche e anche della produzione favolistica che rendendo metaforicamente persone qualcosa che diversamente resterebbe metafora, consente di affermare concetti complessi e difficili con livello emotivo coinvolgente. Lette con un occhio attento al paradigma sicurezza, Pollicino, Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Biancaneve e tanti altri personaggi disvelano aspetti sconosciuti e permettono di affrontare, attraverso la narrazione, aspetti oscuri della nostra esistenza.

Frankenstein di Mary Shelley e anche il suo Prometeo moderno riuscì a disvelare contraddizioni, interrogativi, aspirazioni, angosce sociali in chiave universale. Così come Dracula trasmette un sentimento immediato di orrore per una vita senza perché, storia di una assenza di speranza.

Con Edgar Allan Poe (la mente umana) si evidenzia la deviazione maligna della mente umana, il lato oscuro dell’impulso che può prendere il sopravvento, far perdere il controllo pur nell’illusione di mantenere il possesso delle facoltà mentali. Vale la pena però di ricordare che nel 1900 Cesare Lombroso ha superato se stesso pubblicando sulla Nuova Antologia uno scritto dal titolo Il ciclismo nel delitto in cui sosteneva la pericolosità sociale della bicicletta, argomentando che essa favorisce l’aumento del crimine, agevola la fuga, favorisce il furto fino ad indurre all’omicidio. Al di là dunque della sua fede scientista, il male e la violenza hanno radici sociali ed è lo stesso Lombroso a riconoscerlo quando riconosce l’incidenza dell’ambiente sociale nei comportamenti umani (Lombroso, 1893). E non è del tutto imputabile alla fisiognomica, dottrina le cui origini risalgono all’antica Grecia, in cui Zopiro, basandosi sui tratti somatici di Socrate, ne conclude che doveva essere affetto da vizi gravi. Socrate si difese sostenendo che egli era naturalmente così ma la filosofia lo aveva trasformato. La folla delinquente di Scipio Sighele e Massa e potere di Elias Canetti, La solitudine del cittadino globale di Zygmunt Bauman esprimono anche la paura, anonima come ne I promessi sposi, nei tumulti popolari c’è sempre un certo numero di uomini che opera un riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro fanno di tutto per spingere le cose al peggio: propongono o promuovono i più spietati consigli, soffiano nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per costoro, non vorrebbero che il tumulto avesse né fine né misura.

Già Étienne de La Boétie nel Discorso sulla severità volontaria, come del resto più tardi Jeremy Bentham con il suo Panopticon e Michel Focault con la sua indagine sul dispositivo di sicurezza, affrontando i processi di trasformazione delle persone, insistono, a vario titolo, nell’assoggettamento volontario, sul processo di espropriazione dell’autonomia delle persone, esprimendo una enfasi tutta moderna per la costruzione di un ordine sociale e politico. Basta pensare al nazismo, al fascismo e allo stalinismo, tra gli altri esiti del’900 (Bauman e Lyon, 2014).

La tematica dello straniero entra negli studi e nelle analisi sociologiche a partire da George Simmel e si ripropone oggi, nella dopo modernità, con una potenza ideologica inusitata se si pensa che la Roma imperiale è stata una delle civiltà più “contaminate” dallo Straniero e ad esso doveva la sua ricchezza e la sua forza culturale così come è, in tempi più recenti, per gli Stati Uniti d’ America.

L’ assimilazione, la contaminazione costituiscono una opportunità per le democrazie contemporanee. La presenza dello Straniero rappresenta un argine contro la dissoluzione dell’Io in logiche comunitarie etno-culturali e contro la “bramosia dell’individualismo possessivo” (Sennet, 2014).

D’altro canto lo Straniero che tanto viene percepito come fonte di insicurezza si riflette in noi e noi in lui e, reciprocamente, si rispecchiano identità diverse e, a volte, contrapposte, rappresentazioni di un Altro da sé che non è noi (Brague, 2013).

E’ questo un antico problema su cui, prima delle Scienze Sociali, la riflessione umana si è messa alla prova a partire da Giannozzo Manetti nel suo De Dignitate Homini del 1453, in cui l’umano e l’antiumano si contrappongono come il bene e il male. Ogni identità si forgia in contrasto con l’identità dell’Altro e lo straniero diviene il Nemico. E già nel XIII secolo Duns Scoto definiva la verità come qualcosa che non attiene a categorie astratte ma all’  Haecceitas (haec), al questo. Emmanuel Kant, concludendo la sua Critica della Ragione Pura, fa balenare la possibilità di un “corpus mysticum” in cui l’Io e il suo libero arbitrio si riuniscono in un altro da sé. Tale lezione può essere letta come una indicazione a entrare in contatto con l’estraneo, a comprenderlo cercando di avere rispetto per la sua singolarità. Conseguenza intellettuale di tali riflessioni può essere considerata la riflessione di Carl Schmitt che individuò le categorie fondamentali della politica nel dualismo amico/nemico, dell’estetica bello/brutto, e della morale buono/cattivo.

Come affermano, da un lato Stéphane Hessel e dall’altro Edgar Morin ne Il cammino della speranza, accettare il globale può essere utile per l’umanità ma salvare il locale, il regionale, il nazionale e le loro autonomie locali, difendendo e favorendo le loro peculiarità culturali, aiuta a superare l’egoismo. Il crollo dei regimi dell’Est e la fine della c.d. “guerra fredda” non hanno portato, come ritenuto da alcuni, a un aumento del tribalismo nella sua forma di neo-tribalismo, bensì forse a un riemergere di mai sopite spinte conflittuali ereditate dal nazionalismo ottocentesco con un acutizzarsi della violenza anomica. Pur in presenza di una forte omogeneità di superficie, nei comportamenti, nei consumi, nel linguaggio e nelle modalità relazionali, favorita anche dall’utilizzo di network  e velocità di comunicazione si incrementa il disorientamento e anche, talora, i sentimenti di conflittualità (Fukuyama, 1996: 394-395).

La “scomparsa dello Stato”, di cui scriveva Karl Marx, viene concepita in una società con un alto grado di socialità spontanea, in cui le restrizioni e il comportamento basato sulle norme fluiscono dall’interno e non dall’esterno, con dolorosa evidenza come in Italia dove si trova una relazione diretta tra l’atomizzazione sociale e la corruzione quando ci si sposta dal nord al sud e dal Centro verso il sud (Fukuyama, 1996, 400).

Robert Merton utilizzò un passo del Vangelo (Matteo 25-29) per creare il paradigma sociologico che definì “Effetto San Matteo”che aiuta ad analizzare la situazione e i contesti in cui si declinano i diritti umani nei nostri tempi. «A chi ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza. Ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha» (Matteo, 25-29).

Coloro che si trovano in posizioni e in contesti garantiti, visibili e protetti, avranno accesso ad altre risorse e altre posizioni di garanzia e di privilegio. Al contrario, coloro che vivono in posizioni di deprivazione, di difficoltà sociali, economiche e politiche tenderanno a perdere garanzie, diritti, sicurezza e protezioni normate. Questo accade nel mondo umano ancora oggi.

L’analisi sociologica del tema “sicurezza” sconta l’oscillazione di due modelli teorici, quello di Durkheim e quello di Weber nelle loro numerose rivisitazioni. L’ uno, Durkheim, applica l’analisi dei fatti sociali come realtà che determinano i comportamenti umani; l’altro, Weber, antipositivista, non si ferma alla spiegazione dei fatti ma ricerca le cause e cerca di comprendere per trovare il significato.

Oggetto delle nostre riflessioni oggi, intorno al tema “sicurezza” è l’esperienza umana, Erfahrung, qualcosa che è successo, ed Erlebnis, qualcosa che ho vissuto, esperienze esterne al soggetto, che si nutrono delle esperienze del soggetto. Ogni ricerca scientifica infatti si basa sulla distinzione ed Altro, insopprimibile dicotomia che sconta andamenti ciclici, che risente della soggettività umana. La vita come un movimento irregolare, ineguale, multiforme, per usare le parole di Michel de Montaigne, si presenta sovente irriducibile alle esigenze di regole che parlano di norme, di uniformità, di, regolarità, di astrazioni che non prevedono l’imprevedibile, massima espressione della soggettività umana. Obbedienza e subordinazione, logica e patrimonio lascino poco spazio ai sentimenti. La identificazione tra peccato e reato e il peso della morale di cui il diritto si fa custode per la stabilità sociale e l’ordine sono messe in crisi dai diritti umani, dall’uguaglianza sociale, dalla scoperta  o ri-scoperta del corpo che ridisegna il tema dell’identità.

L’autorità legale pone dei limiti ma il concetto di limite si sposta sempre più avanti, rendendo difficile un sistema di norme che vada bene per tutti accanto allo smarrimento prodotti dal “Secolo breve” che ha fatto venir meno la credenza o la speranza di un avanzamento lento ma desiderabile in una direzione definita verso la civiltà. Smarrita la fiducia nel miglioramento continuo, resasi insufficiente la bramosia del consumo e flebile la consistenza dell’affidamento alla tecnica, si evidenzia una incertezza, una sosta di disagio che non può essere risolto nel pensare che il presente sarebbe migliore del passato perché si consumano più merci e si possiedono più beni. Tutto questo non rende più sicuri.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Augé M. (2013), Le nuove paure. Che cosa temiamo oggi. Torino, Bollati Boringhieri.

Bauman Z. (2000), La solitudine del cittadino globale.Milano, Feltrinelli.

Bauman Z. (2014), Il demone della paura,Roma, Bari, Laterza.

Bauman Z., Lyon D. (2014), Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, Roma-Bari, Laterza.

Brague R., Le propre de l’homme. Sur une légitimité menacée, Paris, Flammarion.

Durkheim E., (1933), The Division of Labor in Society, New York, MacMilliam ( trad. It, La divisione del lavoro sociale, Milano, Edizioni di comunità, 1962)

Fukuyama F. (1996), Fiducia, Milano, Rizzoli.

Lombroso C. (1893), Eziologia del diritto, Torino, Fratelli Bocca.

Raine A. (2013a), The Anatomy of Violence. The Biological Roots of Crime, New York, Pantheon.

Raine A. (2013b), The Criminal Mind, The Wall Street Journal, April 27.

Sennett R. (2014), Lo straniero. Due saggi sull’esilio, Milano, Feltrinelli.


 

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