Convegno Risorgimento liberale

Certezza del Diritto: ripetiamo questa espressione perché siamo tutti nati Kelseniani; ma lo siamo ancora? Ho qualche dubbio.

Di quale diritto, poi, dobbiamo essere certi?

Del Diritto codificato (Civil law)  che esprime la volontà del Legislatore, qualunque esso sia o del Diritto sostanzialmente giurisprudenziale  (Common law), quale che siano i giudici che fanno la giurisprudenza?  

In altre parole, dobbiamo gratificarci anche del Diritto espresso da Napoleone e dai Napoleonidi, così frequenti nell’Europa continentale (Hitler, Mussolini, Franco, Salazar) e del Diritto Pretorio dell’antica Roma Repubblicana e ripreso dai Paesi Anglosassoni, affidato, però, all’applicazione di dipendenti statali vincitori di un pubblico concorso? O dobbiamo pretendere qualcosa di più?

La mia risposta è del secondo ma applicato da persone investite della funzione in modo a cui non sono estranee la lunga e proficua esperienza acquisita nell’attività legale e  la volontà popolare che confermi e convalidi, dopo un certo tempo, la scelta operata dai pubblici poteri.

Non è un’affermazione nuova: la corrispondenza tra Liberalismo e Common Law è stata sviscerata negli studi di Friedrich Von Hajek e di altri studiosi. Occorre soltanto insistere ancora molto sull’argomento a livello politico, perché l’idea liberale non può prescindere da un tale approfondimento. I problemi che si pongono per un liberale, in materia di certezza del diritto, sono molteplici e possono essere qui solo enunciati, invitando gli organizzatori del Convegno a prevedere altri  incontri in sedi scientifico-politiche.

Senza la pretesa di esaurire i quesiti cui si deve dare risposta, si può stendere un primo elenco di domande:

La certezza del Diritto di cui parla Kelsen e che diventa mera prevedibilità della regola nel realismo giuridico della scuola scandinava e di quella anglosassone è un bene nel primo o nel secondo caso per il cittadino che voglia essere libero e liberale?

Vi sono norme fondamentali, oltre a quelle ordinarie e, in caso di conflitto, quali devono prevalere?  E in che modo?

La giustizia come conformità alle norme vigenti applicate da giudici pubblici dipendenti dello Stato (anche autoritario) coincide sempre con il diritto giusto? La legge è veramente sempre giusta? Lo è, per definizione, ma non è pur sempre ipotizzabile che in Parlamento siedano solo rappresentanti di elettori con visioni assolutistiche, autoritarie, intolleranti?

E ancora: la norma più recente deve sempre prevalere o si deve dare maggior valore alla storia delle decisioni giurisprudenziali più aderenti alla norma fondamentale, se di questa si riconosce l’esistenza? E quali sono le norme fondamentali per un liberale?

Quale ruolo attribuire alle giurie popolari nel diritto penale?

L’idea liberale farà molto bene al Paese, se assolverà a tale compito, suggerendo anche proposte concrete sul piano del diritto per favorire la trasformazione della nostra società da vittima bimillenaria delle ideologie salvifiche, religiose e filosofiche (che l’hanno sin qui dominata) in un’entità che diventi padrona del proprio destino; dedicandosi, conseguentemente, solo alla soluzione di problemi concreti senza più credere alle fantasiose fumisterie dei Dulcamara della politica ideologica.

In un sistema che diventi unicamente espressione del compromesso tra forze assolutistiche, autoritarie e intolleranti che lottano tra di loro solo per l’occupazione di posti di poteri (e ciò, nel dilagare della corruzione più piena e nel sostanziale distacco della massa dai problemi che la riguardano) è giusto per un partito liberale accontentarsi della parvenza di una democrazia solo formale o non è necessario, invece, porsi come movimento anti-sistema per risvegliare le sopite coscienze degli elettori?

Ed è l’attuale partito liberale italiano intenzionato abbastanza a non tradire la sua missione libertaria ed è soprattutto in grado di proporsi di lottare strenuamente per abbattere, capovolgere una situazione generale che sul piano culturale e politico è totalmente antitetica alle sue più peculiari istanze.

E’ diventato consapevole che con il resto delle forze politiche del Paese che si pongono, si adagiano, magari solo per pigrizia mentale o viltà civile, su posizioni di accettazione dell’autoritarismo dominante non v’è possibilità d’intesa.

In altre parole, è accettabile che il partito-principe della difesa della libertà individuale, partecipi alla vita politica italiana schierato tra quelle forze che si pongono in competizione solo per ottenere il consenso degli elettori, lasciando intatto il sistema di potere creato dagli assolutisti di casa? Ed è ammissibile che faccia addirittura parte di incongrue e innaturali coalizioni con forze tendenzialmente autoritarie, per partecipare a governi ibridi, come purtroppo è avvenuto in passato?

Il mistero che risiede nella vera identità di un Partito che si denomina liberale, in una zona del Pianeta come la parte continentale dell’Europa in cui l’ideologismo, l’assolutismo e l’autoritarismo dominano sovrani da due millenni non mi sembra ancora chiarito.

Un partito che intenda porre a fulcro della sua attività la libertà, come fa a essere validamente attivo e operativo, chiedere (per ottenere) la partecipazione responsabile alla gestione della res publica, ignorando o edulcorando la situazione complessiva in cui si muove?

In un quadro politico, ispirato alla libertà più piena e vera, in uno scenario informato dall’empirismo e dal pragmatismo, con chiari orientamenti verso la tolleranza e l’anti-autoritarismo, un partito liberale può agire da protagonista fattivo e operativo e assumersi responsabilmente compiti di governo o di opposizione costruttiva; ma in un contesto, come quello Euro-continentale, dove la libertà è soffocata da concezioni religiose e filosofiche ugualmente asfittiche, assolutiste e quindi autoritarie dove può collocarsi, in modo utile ed efficace?

Non tragga in inganno, la recente affermazione e la vittoria elettorale del Partito Liberale in Olanda. In questo Paese la percentuale degli atei raggiunge e supera il cinquanta per cento degli abitanti e tra i religiosi predomina il calvinismo, che ha informato e informa il mondo anglosassone e che non ha mai posto ostacoli allo sviluppo del capitalismo.

Il Partito liberale italiano, però, non è mai stato e ho l’impressione che non voglia essere una forza politica “anti-sistema”.

Nel mondo “liberale”, capita ancora di sentire parlare di militanti o compagni di strada cattolico-liberali o liberal-socialisti, nazionalisti-liberali, socialisti-liberali, socialisti-libertari. Sorge spontaneo, in chi la pensa come me, il rifiuto di accettare tale serie variegata di ossimori logici, intrisi di ideologie ora religiose ora politiche ora para-filosofiche.

Personalmente non me la sentirei di andare a braccetto con individui che credono nei grandi disegni di Entità superiori e astratte, nelle utopie di Maestri esperti in ricette “salvifiche” per l’Umanità, fondate su apodittiche affermazioni circa l’avvenire dell’umanità, temporaneamente sottratto alle ginocchia di Giove. E ciò perché non mi va di discutere con gente che erige muri, accampando di non poter proseguire nel confronto dialettico perché a ciò impedito dalle Verità in cui fermamente crede e che non intende mettere in discussione.

Se l’idea centrale del pensiero liberale è la libertà, non penso che possa esservi dialogo con chi si lasci guidare dai dogmi indiscussi e indiscutibili di una fede, quale che sia, cattolica, protestante, giudaica, islamica o con chi creda di non poter contravvenire ai dettami di un Partito che pretenda di rappresentare la comunità di tutti gli abitanti oppressi del pianeta o con chi si ritenga guida o militante  per condurre un popolo ritenuto eletto in posizione uber alles.

D’altra parte, l’esperienza insegna che anche pensatori laici, ritenuti di grande statura intellettuale, possono cadere nella trappola dell’utopia intesa come ideale di azione politica!

 

Il modello politico, religioso o sociale, che non trova effettivo riscontro nella realtà ma che è proposto come speranza, aspirazione a un progetto (che s’intuisce come irrealizzabile) non può rientrare nei conversari politici di chi non intende rinunciare a essere, sempre e veramente, libero.

Non essere servo di credenze irrazionali, di sogni e di favole, di onirismi e di fantasie è un imperativo cui un amante della libertà non può rinunciare.

Se nell’esercizio della mia libertà c’è anche, ovviamente, ciò che sento come un’estrinsecazione del mio istinto, di essere vivente, prima ancora che umano, di partecipazione solidale verso chi si trova in una situazione critica e dolorosa, ciò non significa che sono pronto a confrontarmi con altri circa miraggi irrazionali di ecumenica beatitudine.

La solidarietà, trasfusa nel cosiddetto patto sociale, come impegno dei consociati alla reciproca assistenza non turba il senso della mia libertà, perché ha un fondamento di razionalità certamente non paragonabile alle fole irrazionali del disegno di un’irrealizzabile uguaglianza economico-sociale universale.

Quali sono, a mio giudizio, le ragioni delle contraddizioni e delle ambiguità di un liberalismo, come quello euro-continentale e, nel nostro caso, italiano  che non riesce a trasformarsi da crisalide a farfalla?

La risposta è per me agevole: la cultura-incultura che domina in tale parte dell’Occidente.

Un’idea di libertà che sia veramente tale non può che nascere in un contesto a-ideologico, sia religioso sia filosofico. E tale non è quello della parte continentale della Vecchia Europa.

In particolare, anche i Maestri del liberalismo italiano sono  inquadrabili nella corrente filosofica dell’idealismo tedesco.

Benedetto Croce era un idealista post-hegeliano; come Palmiro Togliatti.

A questo punto, ci si può rendere conto del perché Bertrand Russell, rappresentante del pensiero empiristico e  liberale britannico scrive un libro “Perché non sono cristiano” e il filosofo di Pescasseroli ne verga un altro dal titolo opposto “Perché non possiamo non  dirci cristiani”!

Capisco le difficoltà. L’idea che soltanto l’empirismo ateo possa essere alla base di un’idea veramente liberale sconvolge non solo i maestri del pensiero religioso e idealistico, ma gli stessi uomini politici di orientamento liberale. Essa, soprattutto in Italia, restringerebbe ancora di più il numero degli aderenti, non tenendo conto delle sacrosante esigenze di proselitismo elettorale.

Pioverebbero le accuse di populismo: l’invettiva divenuta di sapore “magico”; il nuovo anatema dei violenti della politica.

Il populismo nasce a causa dello smarrimento, della confusione conseguente al crollo delle ideologie. I popoli che scelgono di vivere di cosiddetti Ideali, per loro natura, irrealizzabili e non di concrete mete che è possibile raggiungere; che si nutrono d’ideologia astratta e utopica, come l’Europa continentale e l’America Latina hanno alimentato il populismo che consegue alla caduta delle certezze promesse dagli imbonitori della politica. Il populismo esprime incertezza e vaghezza di aneliti a migliorare le cose con una formulazione di propositi non più specifici ma generici, indeterminati, privi di veri e concreti contenuti politici. Fioccano proposte di linee di governo prive di ogni indicazione specifica dei suoi obiettivi. S’invoca il popolo come unico aggregato sociale autentico, omogeneo da cui attingere i valori positivi, specifici di una collettività organizzata e permanente. I valori che si sbandierano, in un Paese che è stato molto ideologizzato, restano sempre, sia pure sotto forme mutate, quelli della vecchia sinistra cattolica e marxista (uguaglianza di tutti gli esseri umani, pace tra i popoli e via dicendo) e quelli della destra nazionalistica (amore per la Patria, idolatria della Nazione, ritenuta uber alles e così via).

In Italia abbiamo avuto di recente quello che ho definito un Peronismo all’italiana?

Matteo Renzi, in pratica, ha provato a coagulare tutte le istanze che riteneva, non a torto, presenti nella massa italiana, in un Partito unico e nuovo. L’ha pure dichiarato espressamente. Voleva, come Peròn, un partito che fosse, a un tempo, del Popolo (demo) e della Nazione. Non un accordo, quindi, ma un assorbimento di quasi tutti i partiti che sinora si sono combattuti in Italia in una sola forza politica? Don Camillo, Peppone…e il vecchio gerarca paesano, nostalgico del Duce: tutti insieme, appassionatamente, nello stesso partito. Da lider maximo, voleva rifarsi all’ultima versione del peronismo argentino: quello di Juan e di Evita, quando il contributo sinistrorso e religioso della buona e pia moglie del dittatore si era aggiunto in modo visibile all’evidente fascismo iniziale del corpulento dittatore. Il peronismo all’italiana affondava certamente le sue radici nel populismo (come comunemente lo si intende), ma anzi che sposarne i generici obbiettivi distruttivi, ancorandosi comunque a una visione di un certo colore,  esaltava i dati, multicolori, che riteneva ancora condivisi dall’intera massa dei cittadini. Li desumeva, superando scrupoli intellettuali e morali, da tutte le ideologie, nessuna esclusa, che rientravano nel patrimonio delle forze politiche che in Italia si erano scontrate per molti decenni e, quindi, sposava sia l’attenzione ai meno abbienti, al pueblo, proprio di tutti gli ex comunisti del mondo ma anche la considerazione dell’orgoglio nazionalistico, la Nacion, tipico degli ex fascisti del Pianeta. Inoltre, doveva essere un movimento politico in grado di assorbire anche le istanze religiose di un Paese in cima alla classifica del Cattolicesimo. Il peronismo in salsa italiana doveva essere, negli intendimenti del suo ideatore, qualcosa di diverso rispetto al populismo di altri uomini politici del Bel Paese e ai populismi di Paesi diversi.

Ritornando ai liberali, c’è da chiedersi ha senso fare proseliti per battaglie destinate a infrangersi contro la dura realtà di un’Europa continentale impastoiata in una paralizzante inattività economica e politica? L’Italia non è l’Olanda atea e calvinista. E’ un Paese ancora diviso tra azioni ispirate o a credenze religiose mediorientali o a utopie idealistiche tedesche (le due fonti di “fantasiosi sogni” che hanno distrutto il limpido pensiero presocratico greco e il solido pragmatismo della Roma repubblicana). Essa non riesce a operare pragmaticamente per risolvere in concreto i suoi problemi.

E’ inutile chiedersi se per l’Europa dei proclamati Idealismi religiosi e politici, se sia preferibile il liberalismo britannico di John Maynard Keynes o quello americano di Milton Friedman, noto esponente della “Scuola di Chicago”.

Un giudizio sulla bontà delle due “ricette” (comunemente definite: liberale la prima e liberista la seconda) non può prescindere da una premessa necessaria.

Quando parliamo d’interventi correttivi pubblici, con capitali sufficienti per rianimare l’economia ed espandere i consumi, o di una loro assenza nel controllare la speculazione finanziaria per lasciare spazio a un turbo-liberismo giudicato nocivo, non dobbiamo dimenticare che ben diversa è la concezione dello “Stato”, in Inghilterra  e negli Stati Uniti d’America, rispetto quella elaborata nell’Euro-continente.

Per fermarci all’esempio della politica Keynesiana, un conto è se essa riceve applicazione nei Paesi Anglosassoni dove le strutture pubbliche che se ne occupano fanno direttamente riferimento alla comunità dei cittadini (britannici o statunitensi) e non rispondono alle direttive, più o meno interessate di corruttibili uomini politici; un conto diverso è se la medesima viene applicata nell’Europa continentale, dove finisce nelle mani di politicanti da tempo inquadrati in partiti politici privi di altri cementi politici diversi da quelli di un’originaria, ormai decrepita, ideologia e di un’esasperata ricerca di posti di potere.

Si tratta di cose profondamente diverse. In un contesto molto condizionato dall’autoritarismo di Stato, gestito dai partiti, non c’è ricetta liberale che tenga. E non a caso il liberalismo ha dato il meglio di sé in Inghilterra, dove lo Stato assoluto non è stato mai di casa (tranne che nel periodo dei Tudor) e l’empirismo è stato il pensiero filosofico trionfante.

Sono queste le ragioni per cui anche le soluzioni proposte da economisti di grande vaglio finiscono in piscem, come la Sirena oraziana, se ad applicarle sono Paesi a burocrazia controllata da uomini politici, rappresentanti dello Stato-autoritario, che è l’unica espressione possibile del potere di governo nella cultura ideologica dell’Euro-continente.

Sino a quando la cultura Euro-continentale non sarà esente dai condizionamenti d’ideologie religiose e filosofiche, assolutistiche e in quanto tali autoritarie, illiberali e intolleranti, parlare di liberalismo e di concrete soluzioni liberali anche per la crisi economica in atto  rischia di essere vuota ciarla.

Ecco perché, a mio giudizio, il problema è soprattutto culturale.  E’ necessariamente un prius riscattare le popolazioni euro-continentali dalla prevalenza della mentalità in esse dominante. Occorre prioritariamente liberarle da un pensiero che è divenuto servile e sterile dalla caduta dell’Impero Romano.

Esso per molto tempo non ha dato alcun segno di volersi svegliare da un torpore bimillenario. Ora qualcosa sembra destinato a cambiare. L’attenzione dei liberali deve puntarsi, a mio giudizio, verso ciò che si muove, sia pure in modo improvvisato, disarticolato, talvolta persino confuso, distogliendo definitivamente lo sguardo da partiti incartapecoriti nelle loro asfittiche e decrepite ideologie salvifiche.

Sul piano culturale, occorre seguire l’evoluzione del pensiero anglosassone nel teatro, nel cinema, nella televisione, soprattutto dei serial, dove cadono come birilli nel bowling tutti i tabù creati dalla creatività artistico-letteraria dell’Europa continentale, la cui forza di suggestione e di contaminazione ha preoccupato a tal punto gli Anglosassoni da indurli a ritornare a un protettivo isolazionismo.

Neppure può salvare l’idea liberale, nella parte non insulare del vecchio Continente, la sua vocazione Europeista. Anch’essa, ormai, sa di naftalina. Tale vocazione conduce inevitabilmente all’esasperazione di una burocratizzazione della vita collettiva che ha origine nella volontà tirannica del Re Sole e nell’abilità del suo fidato Ministro Jean Baptiste Colbert e passa attraverso Napoleone e i Napoleonidi del “secolo breve” (Hitler, Mussolini, Franco, Salazar e via dicendo) e che, non a caso, è stata ritenuta asfittica e rifiutata dal Paese inventore del vero liberalismo, l’Inghilterra che ne è uscita clamorosamente con la Brexit.

L’Unione Europea era nata con un diverso intento, ma dobbiamo chiederci oggi se anche i Padri fondatori non avessero tenuto nel giusto conto che l’aggregazione politica di popoli non liberi da condizionamenti religiosi e ideologici poteva ingigantire le dimensioni del servaggio collettivo, ma non creare le condizioni per la nascita di un pensiero veramente libero. Se le condizioni del tempo offuscavano la visibilità, per noi oggi non ci sono alibi. Essere governati da un esercito di burocrati, telecomandati da politici di ben ventisette Paesi non sempre di eccelsa tradizione ed esperienza, non può essere considerata una meta ma probabilmente un pasticcio da rivedere.

di Luigi Mazzella

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