di Rosita Tordi Castria

Andrea Alberto de Chirico, in arte Alberto Savinio, pone in essere, lungo il primo cinquantennio del Novecento, una ricerca che attiva su basi nuove il rapporto tra il vicino e il lontano, l’alto e il basso, in un orizzonte di pensiero asistematico, chiuso a ogni nozione di progresso lineare.

Il suo passo è quello di un intellettuale ininterrottamente ‘in via’ negli spazi disciplinari più diversi, dalla musica alla letteratura alla pittura al cinema all’architettura, con una apertura a sollecitazioni le più lontane e diverse ma facendo salva al contempo una radicale libertà di pensiero:

«Noi siamo di là dalle frontiere. (…). Ma un senso straordinario dell’equilibrio è richiesto, una straordinaria agilità di mente, una straordinaria astuzia, una straordinaria fede nella varietà, nella infinita varietà delle verità, per saper navigare in un’aria così rarefatta, a una distanza così grande dalle frontiere del bene e del male, della luce e delle tenebre, del bianco e del nero».

É innegabile la sua fermezza nel non lasciarsi ingabbiare nei programmi estetico-politici delle diverse avanguardie che si contendono la centralità nel dibattito culturale europeo primo-novecentesco, in particolare Futurismo e Surrealismo, di cui nel suo primo soggiorno a Parigi tra il 1910 e il 1915 segue tuttavia da vicino lo svolgersi non esitando a trarne profitto per il suo stesso fare creativo di fatto mai disgiunto da uno sguardo a totale apertura di compasso sulla attualità.

In particolare negli scritti teorici degli anni 1943-1944 accolti in Sorte dell’Europa e nel coevo, singolare ‘diario’ di viaggio Ascolto il tuo cuore, città, si configura in tutta evidenza quella idea di ‘Europa come Mediterraneità’, ovvero come insieme di entità eterogenee che rifiutano qualsivoglia reductio ad unum, che è di fatto il fil rouge di tutto il suo percorso esistenziale e artistico. 

Recita la presentazione di Sorte dell’Europa:

“Mi sarebbe stato facile fondere assieme questi vari scritti e dare all’avvenuta fusione l’apparenza anche esteriore dell’unità; ma alla forma aristotelica dell’unità di tempo ho preferito la libertà di tempo e spazio che Shakespeare – e il cinematografo – danno alle tragedie, ai drammi, alle commedie e alle farse della vita.

Del resto c’è del “fascismo” nell’unità aristotelica (ed è motivo di profonda tristezza per me il costante aristotelismo degli italiani, espresso soprattutto attraverso l’unità e l’accentramento mentale del cattolicismo) e c’è del democratismo invece, c’è il senso felice della libertà nella forma “a variazioni sceniche” di Shakespeare”.

Puntuale in apertura il saggio Dare agli italiani pensiero e giudizio, datato 31 luglio 1943:

«Il credo unico, di qualunque specie sia, è stato in qualunque tempo e in qualunque luogo la rovina (e la vergogna) e dell’uomo singolo e dell’umana collettività. Tutto che di falso, di iniquo, di crudele è nel mondo, nasce dal credo unico».

É di tutta evidenza la preoccupazione di Savinio che, dopo la tragica esperienza del nazifascismo, la ritrovata libertà in Europa possa essere di nuovo messa a rischio da scelte politiche miopi, essendo asfittico lo spazio del pensiero libero, individuale, critico.

Difesa dell’intelligenza si intitola non a caso il saggio datato 30 agosto 1943:

«È per mancanza di intelligenza che la politica italiana non ha capito che le guerre cominciate in Europa nel 1914 (questa serie di guerre di cui non è detto che la guerra attuale debba esser l’ultima) sono la violenta preparazione della futura sistemazione del mondo in continenti che assieme saranno nazioni, e dunque, per quanto riguarda noi europei, la violenta preparazione della nazione Europa. A volgere gli occhi a questa politica più grande, gli italiani malgrado tutto sono ancora in tempo. Ma si devono lasciare ispirare dall’intelligenza, (…). Là dove la forza, il coraggio, la tenacia falliscono, l’intelligenza vince. (…). Solo l’intelligenza potrà allargare l’arco della nostra politica, che oggi è la nostra vita, aiutarci a superare il buio di oggi, mostrarci chiaro e preciso il domani».

E in Pompierismo, il saggio datato 15 luglio 1944, Savinio mette in guardia sulle insufficienze della politica a gestire i momenti di crisi:

«Sarebbe saggio allora chiamare a consulto anche medici, ingegneri, filosofi, e magari anche artisti e poeti, ossia uomini che per abito mentale e “tecnica di mestiere” sanno vedere e giudicare uomini e cose con criteri diversi da quelli soliti e grossi dei politici».

E avanza quindi interrogativi e ipotesi di sorprendente attualità:

«Quale altro senso può avere questa vasta crisi, quale altro fine essa può avere se non la formazione della futura Europa, ossia il passaggio dall’attuale Europa divisa in nazioni, in un’Europa ‘nazione unica’? A questo solo fine devono tendere tutte le menti e tutte le volontà; davanti a questo fine deve cedere qualunque interesse particolaristico, ossia qualunque ragione ‘nazionale’. Il “sogno di Carlo Magno” è un “sogno a ripetizione”. (…). L’idea è sempre la stessa: unire l’Europa».

La ragione dei reiterati fallimenti discende secondo Savinio dalle modalità perseguite:

«Per fare validamente l’Europa, bisogna liberarsi anzitutto del concetto tolemaico del mondo – che è concetto teocratico e dunque imperialista – liberarsi del concetto tolemaico in tutte le sue forme (che sono infinite) ed entrare nel concetto copernicano del mondo, ossia nel concetto democratico. Passare dal concetto verticale al concetto orizzontale. Passare dal concetto accentratore al concetto espansivo. Passare dal concetto Uomo (re, capo, nazione dominante) al concetto Idea. Perché nessun Uomo (sogno di Carlo Quinto, di Napoleone, di Hitler), nessuna Potenza, nessuna Forza potranno unire gli europei e “fare” l’Europa. Solo una Idea li potrà unire: solo una Idea potrà “fare” l’Europa. Idea: questa “cosa umana” per eccellenza».

Recita un passaggio del saggio Precursori del 26 novembre 1944 ancora in Sorte dell’Europa:

«I movimenti culturali sono ispirati dai poeti, dagli scrittori, dagli artisti. Ora, poeti, scrittori, artisti hanno fra loro una vita mentale comune, ma diversa dalla vita mentale di coloro che non sono poeti, non sono scrittori, non sono artisti. Aggiungo che per scrittori io non intendo qui se non quegli scrittori che sono poeti e artisti, e perciò d’ora in avanti non parlerò se non di poeti e di artisti».  

E poco dopo, in chiusura del saggio Ai genitori dico, datato 27 dicembre 1944 e ultimo della silloge:

«Mio pensiero costante è la sorte dell’Europa. Sono sempre più profondamente convinto che i popoli dell’Europa non guariranno dalle loro gravissime ferite se non formeranno una sola nazione unita da comuni pensieri, da comuni interessi, da un comune destino. (…). L’Europa ha parlato. (…) e, in fondo, magari a sua insaputa, vuole formarsi e presto o tardi si formerà».

E in uno slancio utopico, che non gli è certo abituale proprio in quanto contravviene la sua ironia di fondo, si lascia andare a una sorta di rassemblons – nous:

«Dare ai popoli un cammino rettilineo e libero. Che farà incontrare popolo con popolo. Li fonderà. Li unirà. E tutti, senza illusioni né mete false, cammineranno il cammino di una comune sorte».    

In questa direzione non trascurabile il suo saggio Lo Stato, nel volume miscellaneo del 1947, Dopo il diluvio. Sommario dell’Italia contemporanea, curato da Dino Terra, in cui l’asserto in apertura recita perentoriamente:

«Non dico di gettare il popolo nell’anarchia (…). Ma togliere ai reggitori e amministratori della cosa pubblica la posizione di centro, (…) e disporli in fila, in “ordine sparso”, ai margini della vita fluente. Come i segnalinee nelle partite di calcio».

E nel lemma Europa in Nuova Enciclopedia, Savinio spinge fino al paradosso le linee guida della sua riflessione:

«L’intelligenza dell’Europa ha una funzione singolare: divide e separa. (…). Questa la funzione ‘naturale’ della intelligenza europea, dello ‘spirito’ europeo. (…). Lo spirito europeo odia il grumo. Qualunque grumo si formasse in Europa, è destinato a sciogliersi sotto questa operante antipatia. (…).

L’Europa capisce, quando è ‘europea’, che nessuna idea è ‘prima’. Che nessun’idea è degna di esser anteposta ad altre idee. Che nessun’idea merita di far centro, di esser tenuta per più vera, più bella, migliore. Questa la ‘democrazia’ delle idee: sola condizione di progresso».

In questa prospettiva insistente il richiamo alla lezione della Grecia classica, senza dubbio presenza fondante della idea saviniana di Europa come Mediterraneità, ovvero luogo di coesistenza di culture anche in sé conflittuali.

Non è casuale che il lemma si chiuda con un cauto omaggio alla stessa topografia della Grecia:

«La compiutezza e perfezione dell’antico mondo greco si possono ascrivere in parte alla posizione geografica della Grecia, la quale volge tutte le sue baie e i suoi seni ospitali verso l’Oriente e il Mezzogiorno». Innegabile un indiretto richiamo a quell’idea di Mediterraneità alla quale si è accennato e che Savinio coltiva fino dalla prima stagione.

Esemplare il suo racconto del 1917, La partenza degli Argonauti, il cui avvio recita: “Il Mediterraneo è il mare del mio destino”.

In qualche misura speculare negli anni tardi, in Ascolto il tuo cuore, città, il singolare racconto di viaggio in una Milano dove sono ancora brucianti le rovine causate dal secondo conflitto mondiale, l’apertura dedicata alla esplorazione di Venezia, la città simbolo di un Mediterraneo ‘che affonda e che bisogna salvare’.

La presenza subito richiamata è quella di Nietzsche, il filosofo ‘nordico’ ammaliato dalla luce del Mediterraneo, il quale di notte, appoggiato al parapetto di un ponte, guardando le gondole nere e silenziose e i diagrammi delle luci nella laguna, scioglie un canto a Venezia:

 

Stavo sul ponte

Poco fa nella bruna notte.

Di lontano veniva un canto:

Di gocciole d’oro sgorgava

Via sul tremante piano del mare.

Gondole, lumi, musica

Ebri si scioglievano nel barlume dell’alba.

La mia anima come una cetra

Sfiorata da mano invisibile

Si cantava in segreto una canzone di gondoliere,

Tremando di confusa felicità.

 

Lo sguardo di Savinio si ferma su Palazzo Vendramin, la dimora dove Richard Wagner ha speso l’ultimo segmento della sua esistenza:

«Venezia stasera si nasconde, ma io la riconosco all’odore. (…). Il vaporetto corre filibottando il Canal Grande. È buio. Stasera anche i palazzi mi tocca riconoscerli all’odore. Qualcosa – ma non è sensazione olfattoria – mi avverte che, dal buio, palazzo Vendramin mi sta guardando».

É questa immaginaria reciprocità di sguardo che guida Savinio nella sua esplorazione della città lagunare:

«Piazza San Marco scintillava come un teatro. I negozi brillavano torno torno di trine, gioielli, cristalli: magnifica “vanità” di una civiltà salita all’acme. (Il progresso della civiltà si misura dalla vittoria del superfluo sul necessario). Le venti favelle dell’Europa passavano a nastri tra la folla, s’intrecciavano, si confondevano in un ronzio d’oro. Nella luce della piazza, da entro un cerchio di luce più viva, salivano a squilli gli accenti della Semiramide, tra i pennacchi dei bandisti e quello più alto e vibrante del direttore. Una faccia da lord seduto in smoking al Florian, il piede sul ginocchio, si carezzava la caviglia scarlatta di un grosso calzino tessuto a mano. E io contratti i muscoli, lo sguardo astratto, vagante e timoroso di altri sguardi, sperando di sognare e disperatamente convinto che sogno non era, traversavo quella folla, quello splendore, quella “libertà” (…).

Una buca d’ombra in fondo alla piazza: la torre quadra del nuovo campanile sporgeva di poco sopra lo steccato del cantiere».

É la rievocazione del primo passaggio a Venezia nel 1906 quando, con la madre e il fratello, si è trasferito dalla nativa Atene a Monaco di Baviera.

Nel ritorno a distanza di tempo nella città lagunare inevitabile il riaffiorare delle impressioni visive di allora e la riflessione sui cambiamenti intervenuti:

«Mi affaccio stasera dopo tanti anni su Piazza San Marco. Vedo intero quel campanile di cui ricordavo appena le sporgenti radici. E a parte il sentimento di liberazione che ispira ogni costruzione che vince il cielo, mi sembra che il campanile turbi la gentile asimmetria di questo salotto di pietra».

Subito dopo la memoria va al lontano passato di Venezia sovrana nel Mediterraneo, al suo ruolo pionieristico nella promozione di scambi con l’Oriente:

«Venezia ha donato all’Oriente la sua civiltà; torri e castella della Serenissima si specchiano torno torno nel bacino orientale del Mediterraneo; a Corfù, Zante, Cefalònia, la parlata degli indigeni “cade” oggi ancora nella molle cadenza veneta; ma l’Oriente per reciprocità ha insegnato a Venezia il gusto della casbah, il gusto della vita intasata in aree piccolissime, velate di ombra e serrate come le cellette del favo. Non mi si parli di necessità topografiche. Anche Manhattan è circondata d’acqua e i suoi abitanti sono costretti a moltiplicarsi in altezza, eppure a Manhattan non ci si stringe gli uni agli altri per sentirsi a core a core. Benché sgrassata dal molto oro di lucerna che la ingromma, l’aria delle calli è sorella a quella dei bazar».

Viene alla mente un passaggio nodale del racconto del grande viaggiatore veneziano Marco Polo al cospetto dell’imperatore dei tartari nelle Città invisibili, il romanzo calviniano del 1972.

Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quello che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni suo altro messo esploratore.

Una domanda del Gran Kan scompagina tuttavia l’affabulante racconto:

«Ti è mai accaduto di vedere una città che assomigli a questa? – chiedeva Kublai Kan a Marco Polo sporgendo la mano inanellata fuori dal baldacchino di seta del bucintoro imperiale, a indicare i ponti che s’incurvano sui canali, i palazzi principeschi le cui soglie di marmo s’immergono nell’acqua, l’andirivieni di battelli leggeri che volteggiano a zigzag spinti da lunghi remi, le chiatte che scaricano ceste di ortaggi sulle piazze dei mercati, i balconi, le altane, le cupole, i campanili, i giardini delle isole che verdeggiano nel grigio della laguna».

Evidente l’intenzione del Gran Kan di sollecitare indirettamente Marco Polo a fare il nome di Venezia:

«No, sire, – rispose Marco, – mai avrei immaginato che potesse esistere una città simile a questa.

L’imperatore cercò di scrutarlo negli occhi. Lo straniero abbassò lo sguardo. Kublai restò silenzioso per tutto il giorno.

Dopo il tramonto, sulle terrazze della reggia, Marco Polo esponeva al sovrano le risultanze delle sue ambascerie. D’abitudine il Gran Kan terminava le sue sere assaporando a occhi socchiusi questi racconti finché il suo primo sbadiglio non dava il segnale al corteo dei paggi d’accendere le fiaccole per guidare il sovrano al Padiglione dell’Augusto Sonno. Ma stavolta Kublai non sembrava disposto a cedere alla stanchezza. – Dimmi ancora un’altra città, – insisteva.

–… Di là l’uomo si parte e cavalca tra greco e levante … – riprendeva a dire Marco, e a enumerare nomi e costumi e commerci d’un gran numero di terre. Il suo repertorio poteva dirsi inesauribile, ma ora toccò a lui d’arrendersi.

Era l’alba quando disse: – Sire, ormai ti ho parlato di tutte le città che conosco.

– Ne resta una di cui non parli mai.

Marco chinò il capo.

– Venezia, – disse il Kan.

Marco sorrise. – E di che altro credevi che ti parlassi?

L’imperatore non batté ciglio. – Eppure non ti ho mai sentito fare il suo nome.

E Polo: – Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia».

In questa risposta, al di là delle ragioni affettive, può cogliersi una sorta di malcelata autogiustificazione: se in tutte le città visitate nell’immenso impero dei tartari Marco Polo ha potuto agevolmente riconoscere la fisionomia della sua Venezia è perché in essa la ‘coniugazione’ tra culture lontane e diverse, occidentali e orientali, si è verificata secondo una modalità del tutto naturale.

É di fatto questa la peculiarità della Serenissima che Savinio porta all’evidenza nel suo Ascolto il tuo cuore, città:

«La somiglianza tra calle e bazar è naturale, non imitata come nella vecchia galleria De Cristoforis di Milano, che io, sotto la bassa tettoia di vetro a capanna, tra le vetrine Paravia rosse di polmoni anatomici, e le pensioni per artisti di canto, rammento come un parente caro e scomparso. (…). Questo è forse il mistero di Venezia, il segreto del suo fascino».

Non è quindi casuale che la singolare commistione di Occidente e Oriente sia leggibile anche al di là della struttura del tessuto urbano:

«L’alleanza tra Venezia e Oriente si estende anche ai nomi. Assieme col nome veneziano dei Vendramin, questo palazzo porta anche il nome bizantino dei Calergi. Un Calergi fece parlare di sé in questi ultimi anni, quale animatore di una strana società di pacifisti. Egli è il fondatore di Paneuropa e dell’ ‘europeismo’, e un suo messaggio agli europeisti escludeva l’Inghilterra dall’Europa, per i troppi interessi che questa nazione ha fuori d’Europa. In questo concetto di un’Europa piccola e conchiusa in sé, sono da riconoscere le origini “greche” di Calergi il paneuropeista».

In questa prospettiva Venezia e la Grecia classica si configurano quali presenze entrambe fondanti della idea saviniana di Europa come Mediterraneità, ovvero di spazio in cui coesistano, al di là di assetti gerarchici, identità diverse di ordine linguistico, religioso e civile.

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