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“A Rosita Tordi Castria, docente universitaria di Letteratura e Arte, è stato conferito l’incarico triennale di Presidente della Società Italiana di Comparatistica Letteraria (SICL) nel corso dell’Assemblea Generale della Società svoltasi il 19 Novembre 2019 nell’Aula Magna “Silvio Trentin” dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.”

I segni del flagello in Scritti Dispersi di Alberto Savinio

di Rosita Tordi Castria

«La memoria è l’ordinata raccolta dei pensieri (…) nostri e altrui, essa è la nostra religione» dichiara Alberto Savinio nella introduzione a Dialoghi e saggi di Luciano di Samosata per la edizione Bompiani del 1944, non tralasciando di precisare che essa esige «assoluta libertà di pensiero e infinita capacità di amare».

In questa linea di pensiero non trascurabili alcuni suoi scritti della prima metà degli anni Quaranta, tuttora disseminati in quotidiani e riviste, tra i quali I segni del flagello del 1944, un racconto che si apre sulla quotidianità di un interno domestico:

L’inverno è stato durissimo, dal quale la primavera ora a stento ci va tirando fuori. (…). Aggiungo che l’indole stessa del mio lavoro mi costringe a lunghe ore di immobilità davanti alla scrivania, onde per vincere il gelo che mi s’induriva intorno come una corazza, mi buttavo di tanto in tanto in istrada e mi mettevo a correre su e giù come un matto il viale che ieri si chiamava dei Martiri Fascisti, e oggi si chiama Bruno Buozzi.

Un giorno un amico ci segnalò presso un negozio di ferramenta nelle adiacenze di Santa Maria Maggiore una stufa di prezzo accessibile, (…). La legna che con fatica grande e altissima spesa eravamo riusciti a procurarci, era fradicia e refrattaria alla combustione. (…) mia moglie aveva comprato presso un fruttivendolo del nostro quartiere alcune cassette di legno che erano servite a portare arance dalla Sicilia, e a me, come al più forte di casa, spettava il compito di spaccare le cassette e ridurle in pezzetti di legno da farli accendere alla fiamma della carta.

Ora un giorno che io ero occupato a questa operazione, scorsi sul fianco della tavoletta che avevo spaccato uno strano brillio. Guardai meglio e riconobbi conficcato nel legno un proiettile lungo e appuntito: una pallottola da mitragliatrice.

La casuale scoperta del proiettile determina un repentino cambiamento di registro per cui al tono favolistico subentra il ritmo incalzante di una indagine poliziesca attenta a rilevare con estrema precisione ogni dettaglio utile a ricostruire la vicenda all’origine dello sconcertante ‘ritrovamento’:

Mentre scrivo queste righe, mi tengo la tavoletta mitragliata davanti agli occhi. Essa ha 30 cent di lunghezza, 15 di larghezza alla base e 11 al sommo perché la spaccatura è obliqua, e 2 cent. di spessore nel quale, a 23 cent. di altezza, è conficcata diagonalmente la pallottola. Su una facciata della tavoletta si legge ancora la seguente scritta in lettere verdi a stampino, interrotta dalla frattura: «Michele Lapr… Lentini … arance …mo … mista …». La tavoletta porta ancora i chiodi che la tenevano unita al resto della cassetta, il legno sotto il proiettile ha una macchia bruna, e sopra è dorato rèsina. La sega ha tagliato la tavola in modo da rasentare i due lati estremi della pallottola, solo intaccando leggermente il metallo nella parte inferiore e più grossa. Non sono ancora riuscito a determinare la qualità dell’albero dal quale proviene questa tavoletta ferita.

Scatta quindi lo sconfinamento da un interno famigliare a una realtà immaginaria, mitica:

Perché è indubbio che questo pezzo di legno è stato ferito quando ancora faceva parte del tronco di un albero. E questo albero sorgeva dalla terra della Sicilia, forse in vista del mare di Ulisse. E l’albero quando fu ferito doveva essere giovane o piccolo. E non morì sotto l’offesa della pallottola inglese o americana come sarebbe capitato a un uomo, a un contadino che stava magari lavorando il suo campo, ma crebbe e sviluppò il proprio tronco intorno al proiettile, finché morì sotto l’ascia o la sega di un boscaiolo.

Segue una sorta di avvertenza:

I segni della guerra dureranno a lungo. E anche questa tavoletta è un segno della guerra, e dei più strani ancora. Questo legno che porta tra le sue fibre una pallottola di mitragliatrice, venuta dall’Inghilterra, o dall’India o dall’America, a colpire un albero della Sicilia. E anche questa tavoletta aiuterà a ricordare.

Subito dopo la memoria di Savinio va al primo conflitto mondiale:

Nel 1914, alla vigilia di un’altra guerra, io che in quel tempo abitavo a Parigi andavo qualche volta a cena in compagnia di Guglielmo Apollinaire in una trattoria sita tra il boulevard Raspail e il boulevard Montparnasse, e che dal nome della proprietaria si chiamava Chez la Veuve Baty. Vi frequentavano artisti di varie razze e conducenti di tassì. Baty chiamano in Grecia quel vento che si leva a meriggio e tira creste bianche dal mare, e che a Roma chiamano Ponentino. Fu a un tavolo della Veuve Baty che una sera io aiutai Apollinaire a correggere le bozze del Poète Assassiné.

Terminata la correzione, andammo a riportare le bozze in una tipografia tenuta da russi e situata in via San Giacomo. Il proto stava parlando con un signore a occhi obliqui, zigomi mongolici e il mento ornato da un barbino a forma di cuore di carciofo, e il proto rispose: «È il signor Uliànov, ma qui tutti lo chiamano Lenin».

E ancora una volta al centro della scena la presenza di un proiettile:

Nella saletta della Veuve Baty, sulla parete bianca di calce era conficcato, nero un grosso proiettile. Lo aveva sparato su Parigi, nel 1870, un pezzo d’assedio prussiano.

Perché – pallottola di mitragliatrice in una tavoletta che viene dalla Sicilia, proiettile tedesco nel muro della Veuve Baty, tracce delle bombe di Morosini sulle colonne del Partenone – perché i segni della guerra segnano via via le tappe dell’umanità.

Se da sempre sono i conflitti armati a scandire la storia dell’umanità, sconvolge tuttavia Savinio l’idea che la responsabile delle due guerre mondiali che hanno tragicamente segnato la storia del Novecento sia la ‘civilissima’ Europa.

Emblematica la voce Europa di Nuova Enciclopedia in cui, nel paragrafo La notte sull’Europa, Savinio richiama un passaggio della commedia di Salacrou, Le notti dell’ira, alla cui rappresentazione gli è capitato di assistere in un teatro milanese:

A segnalare il passare e il ripassare, di notte, per le vie di Chartres, delle pattuglie tedesche, si ode di quando in quando, da dietro le quinte, un frammento ritmico scandito da una grancassa e da un tamburo. L’effetto è raggelante. (…). Mentre dalla mia poltrona del Piccolo Teatro seguivo le vicende di quella mezza dozzina di francesi divisi in partigiani e collaborazionisti, la mia mente rievocava certe scene notturne di film africani, ossessionate dai tam tam di guerra. La mia fantasia fece il resto. E vidi l’Europa – questa patria del Partenone e del Dolce Stil Novo, dell’Etica Nicomachea e dei Concerti Brandeburghesi, della Città del Sole e del Requiem Tedesco, degli Essais e del De l’Amour, delle Muse metafisiche e dell’Apollo Musagete – vidi questa ‘nostra’ Europa in ispiece di immensa brughiera sulla quale la notte si è seduta senza tanti complimenti, deserta in apparenza ma abitata dietro ogni cespuglio da uomini inselvatichiti e accosciati come canguri, che accesi dal richiamo insistente, ossessivo dei tam tam, si scagliano gli uni sugli altri e si sbranano fino all’ultimo ossicino.

È di fronte a questa situazione aberrante che l’attenzione di Savinio è catturata dalla figura di Francesco di Assisi quale emblema di una capacità di amare che prescinde da differenze di etnie e di religioni.

A Francesco dedica infatti nel 1940 un racconto/saggio, L’Orfeo di Assisi, pubblicato nella rivista romana «Il Mediterraneo» del 12 ottobre, il cui incipit recita:

Pittore, sempre mi piacque portarmi sulla cima di un colle, onde delle terre circostanti si scopre quel panorama che significa “tutto vedo”, e attraverso l’occhio tutte le circostanti cose fa nostre. Il colle dico, non la montagna: perché questa toglie l’uomo ai visibili e tangibili “giochi” della terra, e lo trasferisce in una specie di grandiosa e rovinosa astrazione, nella quale egli fa sogni prometeici e da uomo-dio, che sono i più retorici e balordi sogni che l’uomo possa fare. Quanto più stimola il colle e affina la mente, tanto più la montagna la ispessisce e addormenta.

Aiuta a intendere la vera essenza di San Francesco, a capire la qualità della sua poesia, il pensiero dei luoghi nei quali egli prevalentemente visse, e che sono il colle di Assisi onde si scopre la molle e variata pianura perugina, e la più aspra altura della Verna, sotto la quale si apre la vallata del Casentino e corre a guizzi il Tevere giovinetto.

Quindi una dichiarazione che sottrae a ogni possibile ambiguità la angolazione di lettura scelta:

Per me San Francesco è più di tutto un fatto lirico. E fatto lirico è quello che nasce dalla preziosa facoltà di capire tutta la complessa e orchestrale vita della natura, e come un armonioso vento aiuta a penetrare i recessi più gelosi dell’universo e a girare intorno a tutte le sue forme.

Subito dopo Savinio cita un passo del canto XI° del Paradiso:

Di questa costa, là dov’ella frange

più sua rattezza, nacque al mondo un sole,

come fa questo talvolta di Gange.

Però chi d’esso loco fa parole,

non dica Ascesi, ché direbbe corto,

ma Oriente, se proprio dir vuole (1).

La variante del nome proposta da Dante è il pretesto per sottolineare la peculiarità della vicenda di Francesco:

Dante chiama Assisi Ascesi, e questa variante del nome della città di San Francesco sembra a primo aspetto un bisenso fortunato, ma in verità è un inganno; perché il grande e profondo merito di San Francesco non è di aver guardato in alto e in desiderio di ascesi, ma di aver volto i suoi occhi chiari al basso, alla pianura, ai lavori e ai giochi della terra, alla vita nonché dell’uomo ma di tutte le creature, ed è questo che al santo di Assisi conferisce la qualità panica e lo fa fratello di Orfeo.

Vigile l’attenzione di Savinio nel mantenere ferma una prospettiva di immanentismo terrestre:

Come s’accorda col senso cristiano della vita, questo separare violento dal mondo cristiano coloro che, pur santamente, vissero fuori dal limite storico della cristianità? Solo il settarismo di Dante poteva confinare in un nobile castello tante menti alte e santissime, e ben più degne dei gaudi celesti di molti esosi scocciatori che ingombrano di sé la terza cantica. Non è minor dolcezza di cristianità in Orfeo che in San Sebastiano, e nonché eguali nel martirio, c’è maggior mistero nel tracio incantatore che nel milite romano trafitto dalle frecce.

Quel che è subito portata all’evidenza è la scelta di Francesco di esaltare la continuità delle forme di vita sulla terra, dagli esseri animati, uomini e animali, ai minerali e alle piante:

Ma mi piace pensare alla “panfilia” di Francesco, alla sua forza d’amore, al suo “amore per tutto”, nel che io scorgo un grande segno e una solenne riprova. Dante stesso stabilisce una netta differenza tra il dolcissimo poverello d’Assisi e San Domenico che agli eretici mosse guerra col ferro e col fuoco.

Artista più profondo e più ispirato è quello che rievoca nell’opera quel tempo dell’universale amore che variamente e secondo le fedi è chiamato “età dell’oro” o “paradiso terrestre”. Questo è il senso misterioso della vita, e la speranza che quel tempo, come fu, così ritorni.

Nella sua memoria lunga, Francesco, ricordava quel tempo e anelava a vederlo rifiorire, al caldo del suo cuore; e non poneva limiti di genere, di specie al suo amore, ma come spargeva lacci d’amore tra gli uomini, così gareggiava in melodia con l’usignuolo, e si stringeva d’amicizia col falcone della Verna, e portava buona parola alle rondini, e curava i più umili insetti, ed era indulgente alle belve, e se fosse vissuto in epoca fisicamente meno chiusa avrebbe allargato il suo amore alle piante e ai minerali, al granito che compone lo scheletro della nostra terra e ai gas che la circondano.

Fratello si sentiva nonché degli uomini ma anche degli animali, e “fratello” li chiama a uno a uno, come il poeta delle saghe nordiche chiamava la lontra “sorella lontra” e l’orso “fratello orso”.

O alto fabulismo d’amore!

Anche la morte, quando essa cominciò a occhieggiarlo da dietro il manto dell’etra, Francesco la chiamò sorella, e disse: “Ben venga la mia sorella Morte!”.

Da una interpretazione errata dei modi di Francesco, è nata presso alcuni artisti mediocri una forma d’espressione estetizzante e sdolcinata, che vuole richiamarsi al francescanesimo.

Modo disonorevole di onorare questo grandissimo Santo.

È in questo orizzonte di pensiero che nel 1945 Savinio inizia a scrivere la sceneggiatura, lasciata interrotta, di un film sulla vita di Francesco che avrebbe dovuto essere realizzato per la regia di Augusto Genina.

Al riguardo una sua lettera del 7 agosto all’editore Bompiani recita:

Un paio di mesi sono fui invitato a scrivere il soggetto e la sceneggiatura di un film sulla vita di S. Francesco. Ho terminato pochi giorni sono questo lavoro, che mi pare riuscito bene. Interessante, avvincente, commovente: un po’ merito mio e molto merito del santo. Aggiungo che la vita di S. Francesco è trattata in modo da avere molti allacciamenti con le cose del nostro tempo, e tu capirai facilmente come e perché. Ma le cose del cinematografo hanno vita breve. Penso con rincrescimento che il soggetto scritto da me subirà chi sa mai quali e quante alterazioni nella attuazione cinematografica, e penso anche che dopo un paio di mesi dalla sua apparizione sullo schermo, il film di S. Francesco sparirà senza lasciare traccia, come è destino comune di tutti i film. Ora io mi ribello alla sorte cinematografica di questo mio lavoro. La sceneggiatura da me scritta è già di per se stessa assai curata letterariamente. E voglio continuare a curarla in questo senso, ad arricchirla, a comporre accanto alla sceneggiatura vera e propria un rivestimento letterario che dia a questo “romanzo di S. Francesco” una dignità e una sostanza di opera narrativa: come sarebbe un’opera teatrale arricchita di una veste letteraria. Ho intenzione insomma di fare di questo S. Francesco qualcosa di simile alle biografie di Narrate, uomini, la vostra storia, con in più una struttura drammatica dialogata.

È senz’altro in linea con questa rappresentazione della figura di Francesco quale emblema di un amore esteso a ogni forma di vita sulla terra che Savinio scrive nel 1943 il paradossale racconto / confessione Tappe della vita:

Credeva di essere un uomo solo e invece è «due uomini»: uno se ne va e l’altro rimane. E sente che un giorno uno dei due lui si coricherà a terra e rimarrà, e l’altro che è il solo che lo interessa, il solo che lui «conosce», continuerà il suo libero e forte cammino. E allora potrà dare sfogo veramente alla sua voglia di camminare sui muri, e nonché sui muri ma sopra i monti ancora e dentro la terra, nel cielo e fra le stelle; e potrà dar corso finalmente a questo bisogno di grande libertà che gli urge dentro e d’infinito amore, che altre parentele, altre amicizie, altri amori gli si apriranno: tutte le parentele, tutte le amicizie, tutti gli amori di questo e degli altri tempi di questo e degli altri mondi.

E sempre nel 1943, sconvolto alla vista delle rovine causate dai bombardamenti dell’agosto nel centro della città di Milano, decide di non consegnare all’editore il singolare romanzo documentario ad essa dedicato, Ascolto il tuo cuore, città, già pronto per la pubblicazione:

Nell’estate del 1943 questo libro era per essere licenziato alle stampe, quando i bombardamenti di agosto mutarono la faccia di Milano. Per effetto di quel terribile mutamento, questo libro – questo «ritratto di città» ha acquistato purtroppo un valore imprevedibile. È il ritratto di Milano «di prima». È Milano quale nessuno rivedrà mai più. Tale la sorte fatidica dei ritratti e quella perché molti temono il ritratto. Questo libro non poteva finire «su una illusione». Le Pagine Aggiunte che seguono e le Note di Taccuino sono un accenno all’ «altro» volto di Milano, un auspicio al volto che sarà.

La morte «insudicia», recita il sottotitolo di quelle Pagine aggiunte che si aprono su un interno famigliare:

Mio padre passava lunghe ore in una poltrona tutta ricami e falpalà come una signora in abito da ballo, la quale quando rimase vuota di lui conservò in negativa sullo schienale e sul sedile la forma di quel corpo grave e severo. Era la «sua» poltrona e io nella mia mente infantile l’associavo al nome «Rosaura». Più per riverenza che per divieto, nessun altro che lui sedeva sulla poltrona «di papà». I mobili hanno vita più lunga degli uomini, sono i rappresentanti degli uomini quaggiù e i loro continuatori.

In netta contrapposizione l’esterno desolante della città:

E quando nel meriggio del 26 agosto 1943 in una luce smagliante mi affacciai sotto la volta nella stazione Centrale, anche Milano mi apparve come colta in istantanea dall’occhio spietato della macchina fotografica, ritta ma traballante, gli innumerabili occhi nelle sue case fissi in uno sguardo vitreo, gli arti contorti in movimenti da città-giardino, impillaccherata dalla testa ai piedi, «insudiciata» dalla testa ai piedi. In questo libro che precede e che avevo licenziato alle stampe prima di averti veduto «insudiciata» dalla morte, io dico a te, Milano, tutto l’amore «carnale» che uomo può avere a una città; e ora, avendoti veduta anche te «insudiciata» dalla morte, dovrei dire a te tutto il dolore «carnale» che … Ma no. Silenzio! E quanto profetico mi suona ora il titolo di questo libro: Ascolto il tuo cuore, città.

Palpabile l’emozione di Savinio:

La morte «insudicia». Insudicia quello che era pulito. Intorbida quello che era limpido. Inlaidisce quello che era bello. Intenebra quello che era luminoso. Istupidisce quello che era intelligente. Immiserisce quello che era ricco. Pure si dice che la morte è serenità, calma, e l’arte per parte sua … Ma anche questa è una forma di retorica: la peggiore: la retorica dell’ottimismo. Quella calma, quella serenità non sono della morte, sì della vita che rinasce dalla morte: della vita che si è celata nella morte e, più forte, l’ha vinta.

Il primo giorno vidi Milano «insudiciata» dalla morte. Poi la notte calò e uno spettrale silenzio.

L’indomani già Milano s’illimpidiva.

Di fatto nelle Note di taccuino, di seguito alle Pagine aggiunte, Savinio descrive con estrema lucidità quel che vede aggirandosi in strade e piazze di una città in cui tra i palazzi crollati, scomparsi gli uomini, si stagliano integri i cittadini di marmo e di bronzo che hanno onorato la nazione, miracolosamente risparmiati dai bombardamenti di quell’agosto 1943:

In piedi è Cavour in mezzo alla piazza che porta il suo nome. In piedi è Vittorio Emanuele in mezzo a Piazza del Duomo, ancorché questo re gittato nel bronzo e assieme il cavallo che gli sta tra le gambe, siano in procinto di cadere fin dal momento della loro erezione. In piedi è Bertani di fronte alla Montecatini, e con affettuosa mano si stringe il suo caro rotolo di carte al petto. In piedi è Leonardo inquadrato dai suoi discepoli in mezzo a Piazza della Scala. In piedi Cesare Beccaria, volto le spalle al vecchio palazzo di giustizia che ha tradito le sue leggi. (…).

Il palazzo Poldi Pezzoli è distrutto e frammenti enormi del suo cornicione giacciono sul marciapiede come massi di una diga spezzata dalla furia del mare ma sulla passerella che unisce i due corpi del palazzo di qua del giardino interno, l’eneo gruppo del Neottolemo che scaglia il piccolo Astianatte giù dalla torre presso la porta Scea è salvo, e salve egualmente sono le statue di ninfe o dee ritte ai piedi dell’arco sotto la passarella. Salvi i due Talamoni e le due cariatidi sotto il balcone del palazzo che fa sprone tra via Principe Umberto e via Manin e che in fronte reca questa bella ma inascoltata dicitura: La Pace.

Queste cariatidi compiono entrambe verso il loro rispettivo telamone atti di gentilezza: quella di sinistra gli porge una coppa, quella di destra gli offre un mazzolino di fiori. Conforta questo sopravvivere della gentilezza sotto il peso della colpa e della espiazione. Ma colpa, dolore, espiazione non sono forse condizioni necessarie al fiorire della gentilezza, questa delicata variante del bene e dell’amore?

E in explicit di Note di Taccuino una sorta di preghiera laica:

Giro tra le rovine di Milano. Perché questa esaltazione in me? Dovrei essere triste, e invece sono formicolante di gioia. Dovrei mulinare pensieri di morte, e invece pensieri di vita mi battono in fronte, come il soffio del più puro e radioso mattino. Perché? Sento che da questa morte nascerà nuova vita. Sento che da queste rovine sorgerà una città più forte, più ricca, più bella. Fu allora, Milano, che in silenzio, tra me e il tuo cuore, ti feci la mia promessa. Tornare a te. Chiudere in te la mia vita. Tra le tue pietre, sotto il tuo cielo, tra i tuoi conchiusi giardini. Amen.

Savinio di fatto chiuderà a Roma, nel maggio 1952, il suo percorso esistenziale e artistico, in quella stessa abitazione di via Bruno Buozzi intorno alla quale ha incentrato il racconto autobiografico del 1944, I segni del flagello, da cui ha preso avvio il presente studio.


(1) Savinio, citando a memoria, lascia cadere il verso “come fa questo talvolta di Gange”

(2) Confessa Savinio in Taccuino napoletano, “La lettura”, 24 agosto 1946, ora in Scritti dispersi, op. cit., p. 388: «Nel precedente capitolo di questo “taccuino” parlavo di San Francesco. Vengo a sapere che un tale, letto quel capitolo, mi accusa di aver detto male di San Francesco. Effetti del dommatismo italico. Parlare di uomini, fatti e cose “cristallizzati” dalla tradizione, diversamente dalla forma tradizionale, illuminarli di nuova luce, ravvivarli con nuove idee, tra noi è tenuto per maldicenza. In Italia la qualità di eretico è ancora oggi ricca di possibilità. A quando il ripristino dei roghi?». E ancora: «Orfeo è colui che porta agli uomini luce e verità. Orfeo non è morto. Gli Orfei sono tanti e si rinnovano».

(3) Cfr. A. Tinterri, Savinio e lo spettacolo, op. cit. p. 54 e pp. 111-112. Sottolinea Tinterri: «L’influenza di Genina, i casi drammatici del recente conflitto concorsero a produrre questo soggetto dall’impronta realistica, così diverso dagli altri (….). Diversità che scaturisce da due fatti nuovi, la presenza di un committente e la probabilità che il film si realizzasse».  Il testo della scenografia saviniana si trova in S.G. Germani e V.Martinelli, Il cinema di Augusto Genina, (UD), Edizioni biblioteca dell’immagine, 1989 (Augusto Genina e Alberto Savinio, Materiali per “San Francesco”, pp. 285-295).