di Giulia Albanese

“Pubblichiamo l’intervento che la professoressa Giulia Albanese ha svolto in Campidoglio il 28 ottobre 2017 in un evento, organizzato dall’ANPI alla presenza dei vertici capitolini, per ricordare la marcia su Roma del 28 ottobre 1922. È la prima volta, nella storia della giovane Repubblica italiana, che si è realizzata questa iniziativa rivolta a tenere vivo il ricordo di avvenimenti che hanno avuto estrema rilevanza nella storia dell’Italia e dell’Europa.

Ringraziamo la Prof.ssa Albanese che ci consente la pubblicazione del suo intervento.”

Solo pochi mesi fa un sindaco del Partito Democratico affermava che la marcia su Roma era stata solo una manifestazione, e che l’enfasi su questo evento fosse tutto sommato mal riposta. La frase è interessante perché rivela un comune sentire di una parte rilevante dell’opinione pubblica italiana di fronte alla storia della marcia su Roma. E del resto, questa sottovalutazione non si limita alla memoria di amministratori e contemporanei, ma è stata largamente condiviso anche nel passato, in un primo momento da testimoni e osservatori e successivamente anche da una parte consistente di coloro che hanno fatto la storia di questo evento.

Se infatti la marcia su Roma fu sempre, per i fascisti, un atto fondamentale di quella che loro consideravano la loro ‘rivoluzione’, con una certa ambiguità sul fatto che la marcia su Roma fosse la rivoluzione, il suo acme oppure l’inizio di una processo, che si voleva in evoluzione, bisogna dire che fin dal 1922 la scarsa considerazione per questo evento politico attraversò gran parte dell’arco politico parlamentare, dai liberali fino ai socialisti. Le ragioni di questa sottovalutazione sono molteplici, ma vanno da chi riteneva che di fatto il fascismo avesse già occupato molti dei gangli di potere, e controllasse la politica italiana già prima dell’ottobre 1922, a chi riteneva invece che quella non fosse che una buffonata e che l’arrivo al potere di Mussolini avrebbe determinato una normalizzazione della politica fascista e un suo rientro nell’alveo della legalità.

E non bastò a fare sussultare gli esponenti delle maggiori forze politiche rappresentate in Parlamento, come ben sappiamo, il discorso del bivacco con il quale  – ve lo ricorderete e non c’è bisogno in questa sede di riportare le parole di Mussolini – il neo presidente del consiglio minacciava il Parlamento, promettendo violenza e rappresaglie nel luogo di massima rappresentanza del popolo italiano, qualora la maggioranza non fosse stata sufficientemente docile nel seguire le direttive del nuovo governo.

Naturalmente, le interpretazioni che tendevano a sminuire la portata eversiva dell’evento potevano poggiare su alcuni dati di fatto: innanzitutto la legittimazione data dal sovrano al movimento fascista, ma anche la consapevolezza che se l’esercito fosse intervenuto i fascisti non avrebbero certo vinto lo scontro. Emilio Lussu poteva anche ricordare che lo stesso Mussolini, incerto sugli esiti della dimostrazione, si era tenuto fermo nel suo ufficio di Milano, in attesa della chiamata a Roma da parte del sovrano, o pronto alla fuga in Svizzera, dove era già stato esule prima della guerra mondiale, quando era ancora socialista, se le cose fossero volte al peggio.

Ed, effettivamente, il re legittimò il movimento fascista – al punto che qualcuno ha definito questa decisione un secondo colpo di stato, dopo l’ingresso nella prima guerra mondiale, e sicuramente sul sovrano ricade la responsabilità di quella scelta di legittimare il fascismo. Ma quest’atto fu poi puntualmente legittimato, anche da alcune forze democratiche presenti in Parlamento, dalla costituzione di un governo di coalizione con a capo Mussolini, un governo cui parteciparono oltre che i fascisti, i nazionalisti, i popolari, i democratico-sociali e i liberali, e dalla legittimazione di quel governo attraverso un voto di fiducia, nonostante l’umiliazione subita con il discorso del bivacco.

Tuttavia, e di questo vorrei rapidamente parlarvi oggi, la possibilità di riconoscere, oggi, la marcia su Roma come uno snodo fondamentale nella storia d’Italia e l’inizio della dittatura non risiede solo nel dibattito intorno ai temi cui ho fatto riferimento in maniera schematica, ma si poggia soprattutto sul riconoscimento della rilevanza politica di un evento multiforme, e negli effetti rapidi della presa del potere, che generò immediatamente un governo dittatoriale. Questo, ovviamente, senza nulla togliere ad un’altra svolta, quella cui più comunemente si fa risalire l’inizio della dittatura fascista, del 3 gennaio 1925, che vide il riconoscimento fascista delle responsabilità morali dell’omicidio Matteotti e l’inizio di un percorso che avrebbe portato alla repressione di partiti e sindacati non fascisti in Italia e alla persecuzione di Stato contro decine di migliaia di uomini e donne.

Partiamo dall’evento marcia su Roma. La marcia dei fascisti sulla capitale non era l’unico elemento della strategia fascista che invece contemplava anche, sempre per gli ultimi giorni d’ottobre, e prima della celebrazione del quarto anniversario della vittoria, l’occupazione di paesi, città, capoluoghi di provincia e che mirava a evidenziare la forza delle camicie nere su tutto il territorio italiano e rafforzare la loro presenza territoriale.

L’occupazione dei paesi e della città da parte del fascismo, e la violenza nei confronti di partiti e movimenti antifascisti o non fascisti non era naturalmente cominciata nell’ottobre 1922, ed era diventata un fenomeno degno di attenzione a partire dall’autunno 1920. Con le elezioni locali del 1920, infatti, in risposta al grande successo socialista, oltre che popolare, nelle elezioni politiche del 1919, erano state organizzate coalizioni di difesa nazionale, che comprendevano liberali, fascisti, nazionalisti, e anche democratici e popolari, che si avvalevano della propaganda anche armata delle squadre fasciste. Questa propaganda non si era limitata a reagire a manifestazioni e comizi socialisti. Dall’autunno 1920, infatti, le squadre fasciste, forti dell’esperienza elettorale, organizzavano una vera e propria conquista del territorio tramite la violenza e cominciavano a sfidare apertamente le istituzioni liberali dello Stato, specie in quei territori dove la maggior parte dei voti era andata a sostegno dei socialisti o dei popolari.

Come si realizzava questa conquista? Le elezioni amministrative del 1920 avevano visto una flessione dei risultati di socialisti rispetto alle elezioni politiche del 1919, ma, ciò nonostante, essi avevano comunque guadagnato la maggioranza dei comuni in Emilia Romagna e Toscana (più del 65% in Emilia Romagna e più del 52% in Toscana) e avevano mantenuto il controllo in città importanti quali Milano e Bologna. La reazione a queste vittorie elettorali si era strutturata attraverso tentativi di occupazione (o di reazione, come venivano descritti) da parte di gruppi di squadristi armati che, attraverso le occupazioni e la violenza, volevano rappresentare l’incapacità dei socialisti di mantenere l’ordine nelle città dove erano stati democraticamente eletti, e le cui amministrazioni venivano alternativamente costrette alle dimissioni o comunque commissariate a causa delle violenze fasciste. In questo modo commissari prefettizi nominati dal governo riprendevano il controllo della città fino a quando non fosse tornata la calma, e la situazione non fosse sembrata più favorevole alle forze filo governative per nuove elezioni. Il controllo a livello amministrativo della città aveva effetti importanti sulla tassazione, sulla gestione di centri economici e produttivi locali e non era quindi indifferente al mantenimento di un equilibrio socio-economico tradizionale e meno favorevole alle classi popolari. A tutto questo si aggiungeva inoltre la marginalizzazione violenta dei socialisti, la persecuzione dei leader del movimento, la distruzione delle sedi delle camere del lavoro che erano il centro della vita politica e cooperativa socialista, l’incendio di giornali e la violenza contro singoli militanti. Questo tipo di azioni si sviluppò con particolare forza, quindi, in Emilia Romagna e Toscana, ma si estese anche altrove, e colpì progressivamente non solo amministrazioni socialiste, ma anche amministrazioni guidate da popolari e da repubblicani, quelle insomma dove si sperimentavano nuovi modi di pensare ed organizzare la vita politica e sociale.

Le forze liberali e democratiche dei blocchi nazionali non avevano mai utilizzato questi metodi, ma almeno in un primo momento trovarono che questa fosse una degna risposta alle vittorie socialiste, alla messa in discussione degli equilibri di potere e al tentativo di redistribuzione di risorse nella società, temi questi che erano alla base – come lo era l’ipotesi rivoluzionaria – degli scioperi e delle manifestazioni che avevano caratterizzato il biennio successivo alla guerra, culminato con l’occupazione delle fabbriche e caratterizzato da una continua propaganda rivoluzionaria. L’azione fascista permetteva in qualche modo alle classi dirigenti economiche e sociali del paese di riprendere nelle loro mani ciò che consideravano loro, e quindi la bilancia economica, sociale e politica del paese, anche se progressivamente, tra il 1920 e il 1922, una parte di esse si sentiva sempre più a disagio sia per l’uso della violenza fascista sia per la progressiva richiesta dei fascisti di ampliare il loro spazio politico, in conseguenza dei meriti che essi avevano nel conservare alla classe dirigente liberale la propria agibilità politica.

Non posso naturalmente ripercorrere con la calma che questo necessiterebbe la complessità di quei primi anni del dopoguerra, la debolezza dello stato liberale e il disorientamento della sua classe dirigente di fronte alla trasformazione in atto del paese, oltre che la sua complicità di fronte alla distruzione dei fondamenti dello stato liberale.

Questa attenzione al modo in cui le amministrazioni democratiche socialiste, popolari e repubblicane furono contese va tenuta in mente come un elemento fondamentale per spiegare cosa avvenne con la marcia. Tra l’estate del 1922 e l’ottobre 1922 i fascisti riuscirono infatti a portare a termine questo loro progetto di occupazione del territorio, facendo dimissionare tutte le amministrazioni non filo governative, ribadendo il loro controllo, anche militare (in opposizione a generali e prefetti che reclamavano la loro autorità in comuni ormai amministrati da forze filo governative) sulle città che non erano più amministrate dai legittimi rappresentanti politici eletti dalla popolazione, oltre a riuscire a distruggere molte delle sedi, delle tipografie, e dei luoghi di aggregazione dell’articolato mondo antifascista o non filo fascista. La marcia su Roma non fu quindi solo la formazione di un corteo che avrebbe portato alcune migliaia di uomini – progressivamente decine di migliaia di uomini, man mano che le ore procedevano e la sostanziale vittoria dei fascisti appariva evidente – a marciare armati sulla capitale e contro il governo, ma anche un momento fondamentale per la distruzione di spazi politici non filo governativi o filo fascisti nell’Italia settentrionale, in modo particolare (perché lì i partiti di massa avevano gran parte del loro radicamento), ma anche in Italia meridionale. La marcia fu inoltre un evento fondamentale per reclamare ai fascisti il ruolo centrale di un equilibrio politico che fino a quel momento era stato nelle mani dei liberali. In seguito, poi, i decreti legge con i quali si proclama il desiderio di normalizzare la situazione politica nel dopo marcia non ripristinarono gli equilibri politici pre-marcia, tutt’altro.

La vittoria fascista determinava anche l’inizio della persecuzione dei principali leader ed esponenti liberali che avevano mantenuto uno sguardo critico nei confronti del fascismo, tra i quali l’ex presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti, particolarmente inviso per le sue posizioni in relazione al confine orientale.

Quando Mussolini fu chiamato dal re a ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio, egli ottenne oltre che il controllo politico del paese, anche la legittimazione simbolica di quanto di illegale era stato fatto, attraverso la concessione richiesta al sovrano di fare sfilare i propri uomini armati nella capitale, sotto gli occhi del sovrano. Si trattava di un esercito privato, di privati cittadini, che portava armi illegittime, concesse illegalmente da corpi militari o rubate, di fronte alla massima autorità dello stato, un atto di spregio profondo nei confronti delle istituzioni da quell’autorità rappresentate. Il discorso del bivacco non era che il definitivo compimento della legittimazione di quanto illegale era stato fatto, e la promessa che, in caso di necessità, quelle illegalità si sarebbero ripetute.

Nei mesi successivi alla marcia, il fascismo mise in discussione il quadro dei diritti civili e politici degli italiani anche dal punto di vista formale, e operò trasformazioni profonde delle istituzioni del paese. L’istituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, un nuovo corpo armato sotto il controllo del presidente del consiglio, e formato dagli appartenenti delle squadre di combattimento fasciste era una rottura formale dello Statuto albertino che dichiarava l’obbligatorietà del giuramento di fedeltà delle forze armate al solo sovrano. Alcune altre leggi mettevano poi in discussione alcuni principi fondamentali delle istituzioni liberali, per esempio con una legge di censura della stampa che, votata nell’estate del 1923, sarebbe stata messa in funzione solo a partire dal 1924. E poi c’era la legge Acerbo che riconosceva la maggioranza assoluta dei seggi al parlamento a chi avesse avuto il 25% dei voti. Una legge particolarmente significativa, perché serviva a legittimare un partito che non era giunto al potere con una ratifica elettorale e che non era sicuro, dopo un anno di governo, di poter ottenere la maggioranza.

Dal punto di vista della sostanza delle forme democratiche, quella violenza che era stata esercitata soprattutto fuori dai palazzi del potere – con però alcune significative eccezione da quando la prima pattuglia di fascisti era entrata in parlamento nel 1921 – si sarebbe trasferita nell’emiciclo, attraverso la presenza di uomini armati della milizia che assistevano tra il pubblico alle sedute parlamentari più delicate, quelle in cui qualche deputato liberale meno incline ai metodi fascisti avrebbe potuto far mancare la maggioranza alla nuova compagine governativa. Ciò non successe, e probabilmente non principalmente a causa delle squadre armate presenti: ciò nonostante la loro presenza non va dimenticata, come pure le interferenze e le violenze durante le elezioni locali e nazionali che si svolsero tra il 1922 e il 1925.

Ma c’è un’altra cosa che non va dimenticata e che rivela, assieme alla violenza, la volontà di non riconoscere spazi alle minoranze religiose, culturali, linguistiche ed etniche, oltre che alle opposizioni politiche presenti nel paese, fin dal 1922. Da una parte, la riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923 metteva al centro dell’istruzione, come è ben noto, la religione cattolica, cominciando quell’opera di marginalizzazione e di identificazione come non pienamente omogenei al corpo nazionale i non cattolici, a partire dagli ebrei e dai protestanti: una evoluzione che avrebbe conosciuto ben più profonde evoluzioni negli anni successivi. Quella stessa riforma tentava di affermare l’esclusione delle donne dall’istruzione con la fondazione di licei femminili che non sarebbero però riscontrato il favore della popolazione cui erano diretti. Dall’altra parte, la più fascista delle riforme, come venne chiamata dallo stesso Mussolini, malgrado questa definizione sia oggi frequentemente messa in discussione, avviava la chiusura degli insegnamenti e delle scuole in lingua non italiana, che garantivano il rispetto dei diritti delle minoranze etniche e linguistiche presenti nel paese (in particolare nelle recentemente redente terre di confine). In Alto Adige e nella Venezia Giulia una vera e propria opera di persecuzione, attraverso licenziamenti, sarebbe cominciata, nel pubblico impiego, pochissimi mesi dopo la salita al potere di Mussolini, per tutti coloro che non fossero considerati pienamente italiani e a difesa di un’italianità esclusiva delle minoranze in quelle terre. Era, questa, una procedura garantita da una legge per la riforma del pubblico impiego che mirava al contenimento degli sprechi, e che fu realizzata, in gran parte, attraverso un uso politico ed etnico dei licenziamenti, andando a colpire soprattutto socialisti (una percentuale rilevante degli impiagati nel settore ferroviario) e popolazioni tedesche e slovene recentemente italianizzate. In questo modo, fin dalla marcia su Roma, il fascismo avrebbe cominciato a costruire l’italiano nuovo, cattolico, fedele ai ruoli di genere più tradizionali e fascista.

Perché tutto questo sia avvenuto nell’acquiescenza e nella difficoltà di riconoscere, a molteplici livelli, e anche a posteriori, l’enormità dei cambiamenti in corso è questione che sarebbe degna di più di qualche approfondimento. Certamente, concorreva a questa incomprensione l’enfasi sul ruolo antisocialista del fascismo, che permetteva di oscurare il ruolo anche pienamente antidemocratico e antiliberale del fascismo, ma anche, probabilmente, la tentazione di considerare come elemento centrale della riflessione e dell’azione politica ciò che accadeva in Parlamento e i personalismi della politica, dimenticandosi o trascurando l’ampiezza dei cambiamenti che stavano verificandosi nel paese. L’importanza di questi cambiamenti sarebbe però stata riconosciuta piuttosto precocemente anche all’estero, dove il governo Mussolini seppe raccogliere adesioni e riconoscimenti, oltre che imitatori alla ricerca di una terza via rispetto alla democrazia liberale e al socialismo.

Riconoscere oggi la fondamentale importanza dello snodo politico costituito dalla marcia su Roma dovrebbe aiutare a fare i conti con l’esigenza di un più ampio sforzo per comprendere, non solo e non tanto a livello storiografico, ma attraverso più ampi spazi alla storia del Novecento nelle scuole e un più articolato dibattito nella società civile, cosa sia stato il fascismo, le responsabilità di questo regime non solo nella storia italiana, ma anche nella storia europea e globale, e cosa, ancor oggi, ci portiamo dietro di non elaborato, e quindi capace di tornare, sia pure in forme e modi diversi, di quella storia e di quell’ideologia.

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