Piero Gobetti: l’attualità del suo pensiero a cento anni dalla morte
«Ho deciso di fondare un periodico studentesco di cultura che s’occuperà di arte, letteratura, filosofia, questioni sociali […] è fatto di soli giovani […] si tratta di opera di intensificazione di cultura e di azione […] e tutti i giovani devono aiutarla». Come potrebbero essere attuali queste parole scritte da Piero Gobetti alla moglie Ada, ora rinvenibili nell’appassionato e commovente epistolario “Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926” a cura di Ersilia Alessandrone Perona. Eppure risalgono a un secolo fa e restituiscono l’intensità della straordinaria storia intellettuale del filosofo, giornalista, traduttore, editore e antifascista di orientamento liberale, noto per aver animato la scena culturale torinese e per la sua ferma opposizione al fascismo, che lo portò all’esilio e alla morte prematura a Parigi a soli 24 anni, vittima delle aggressioni e delle violenze squadriste.
A dispetto della sua breve vita (1901-1926), Piero Gobetti è stato uno degli intellettuali più intransigenti e influenti del Novecento italiano e il 16 febbraio scorso, a cento anni dalla scomparsa, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha aperto al Teatro Carignano di Torino le celebrazioni ufficiali per il centenario, alla presenza delle autorità locali, del nipote Andrea Gobetti e di Marco Revelli, presidente del Centro Studi Piero Gobetti (fondato dalla combattiva moglie Ada Prospero, dal figlio Paolo e dagli amici in via Fabro 6 a Torino, sede della loro seconda casa). La lectio magistralis è stata affidata al costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, presidente del Comitato nazionale istituito per commemorare una figura centrale della nostra storia civile, culturale e politica, anzi una figura che forse il Novecento politico italiano ancora non ha finito di elaborare. Nel corso dell’incontro sono stati illustrati i contenuti e gli obiettivi del ricco programma di iniziative, inteso come occasione di riflessione collettiva sulla sua eredità intellettuale, sul suo eroico impegno civile e politico, sulla critica feroce ai mali dell’autoritarismo e del servilismo, sul valore della libertà, dell’antifascismo e della cultura come strumenti di partecipazione civile.
Parafrasando Gobetti, infatti, la libertà non si eredita, la libertà non si delega, la libertà non si conserva da sola ma lavorando tutti i giorni. Collaboratore tra l’altro di “L’Ordine Nuovo”, fondò a soli diciassette anni il quindicinale “Energie Nove” – nel quale scrive di voler «portare una fresca onda di spiritualità nella gretta cultura di oggi […] non c’è mai momento inopportuno per lavorare seriamente» – e poi il settimanale “Rivoluzione liberale”, fucina del pensiero di giovani liberali e socialisti, e riviste come “Il Baretti”, oltre all’omonima casa editrice nel 1923, che pubblicò opere importanti (fra cui la prima edizione di Ossi di seppia di Montale, «una delle più severe e delle più originali esperienze poetiche della nostra nuova letteratura»), anticipando inoltre il pensiero antifascista e sfidando Mussolini che ne ordinò la rovina. Picchiato più volte dagli squadristi che ne temevano l’ingegno e l’indipendenza, dovette infine riparare in Francia, dove morì per i postumi delle ferite di un pestaggio fascista, nel 1926.
Carlo Levi, nella sua “Introduzione agli Scritti politici di Piero Gobetti”, tratteggiava così l’aspetto dell’intellettuale torinese, laureatosi alla Facoltà di Giurisprudenza della sua città (dedicò la sua tesi a “La filosofia politica” di Vittorio Alfieri e dallo scrittore adottò poi la frase «Che ho a che fare io con gli schiavi?» come motto per la sua casa editrice), formandosi con maestri come Luigi Einaudi, per diventare successivamente una determinante personalità del XX secolo che ancora continua a parlarci: «Era un giovane alto e sottile, disdegnava l’eleganza della persona, portava occhiali a stanghetta, da modesto studioso: i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossi gli ombreggiavano la fronte».
Di Mary Attento
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