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di Carlo Blengino per Il Post

Parto da lontano, da un articolo apparso su The Foreign Affairs oltre 30 anni fa a firma George P. Shultz, all’epoca Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America.
L’articolo dal titolo Shaping American Foreign Policy: New Realities and New Ways of Thinking è del 1985: c’era Reagan e la guerra fredda e il termine social network era probabilmente relegato in qualche libro di sociologia; non c’era il web e dunque non c’era ciò che oggi i più identificano con internet, ma internet c’era e c’erano i computer.
Nella parte finale dello scritto (la parte V) Shultz lega le politiche neoliberiste della presidenza Reagan a quello che appariva, in America, come l’onda impetuosa della società dell’informazione: la rivoluzione digitale e il neoliberismo della “reaganomics” sarebbero diventate la più temibile arma di espansione degli Stati Uniti nel mondo.

We have reduced government regulation, intervention and control. We have opened opportunities for freer competition in transportation, finance, communication, manufacturing and distribution….A worldwide revolution in economic thought and economic policy is under way.

Lo Stato aveva fatto un passo indietro, riducendo il proprio potere di governo e controllo sui mercati, dando libero sfogo all’imprenditoria, e la rivoluzione tecnologica, con la sua dimensione globale, cadeva nel momento giusto e soprattutto sul giusto terreno.

And it is coming just in time, because it coincides with yet another revolution—a revolution in the technological base of the global economy. The combination of microchip computers, advanced telecommunications—and a continuing process of innovation—is not only transforming communication and other aspects of daily life, but is also challenging the very concepts of national sovereignty and the role of government in society.

Dire oggi che la rivoluzione digitale ha cambiato ogni aspetto della nostra vita e che la dimensione globale della rete e una nuova distribuzione del potere sui dati e sulle informazioni hanno intaccato il concetto stesso di sovranità nazionale, modificando il ruolo dei governi e della politica, è una banalità. Non c’è Stato sovrano che non debba in qualche modo confrontarsi con il potere della Silicon Valley e in generale delle tech company. Leggerlo in un manifesto programmatico di politica estera scritto 30 anni fa, quando Google, Facebook o Twitter non erano neanche immaginabili, fa una certa impressione.

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