di Raffaello Morelli

Quale invitato trovo il clima di qui molto positivo: si discutono idee e progetti politici. Il che oggi è un evento. Questo clima non toglie che voi e noi siamo fautori di due diversi approcci culturali al convivere. Per noi liberali ciò è fisiologico, essendo convinti, per esperienza, che ciascun cittadino è differente in sé e nel tempo e che, quindi, per rendere migliore il convivere, occorre raffinare l’estendersi della libertà dei cittadini in ogni ambito territoriale. Sosteniamo il principio enunciato dal grande scienziato Laplace rispondendo a Napoleone “non ho bisogno dell’ipotesi dell’azione del Creatore”.

Gli effetti del ricorso alla libertà sono a cascata, sono certi ma non automatici. Dipendono dalle regole scelte per relazionarsi tra diversi e da adeguare in base ai risultati del conflitto democratico. Così si innesca la libertà di esprimere la propria capacità di intraprendere innovando – avviene in ogni campo del vivere ­– che a sua volta innesca in economia la crescita non monopolistica, da mantenere in equilibrio sotto vari profili. Uno in particolare.  La diversità dei cittadini è connaturata nella loro libertà ma postula anche la loro uguaglianza nei diritti. Pertanto, quando le politiche dei “grandi” o dei politici locali o dei finanzieri, enunciano saggezza e teorica ragionevolezza ma quale effetto secondario diminuiscono l’uguaglianza dei cittadini nei diritti e non se ne preoccupano, allora si verifica l’aumento del distacco dei cittadini toccati dall’aver meno diritti. Un aumento che diviene esponenziale quando la diminuzione dei diritti individuali supera un certo livello.

Avviene così con la globalizzazione concepita dalle corporazioni mondiali e da chiunque tenda a trasformarsi in leader civile, senza averne l’investitura, anzi snobbandola (esemplare al riguardo il pericoloso intento oligarchico della proposta di modifica della Costituzione). In tutto l’occidente quando si riesce ad attivare la libertà ma non si reagisce al formarsi di diseguaglianze rilevanti nei diritti, gruppi di cittadini sempre più ampi hanno una sfiducia sempre più larga verso le istituzioni, i gruppi dirigenti e le burocrazie pubbliche. Questo è, per i liberali, il meccanismo che origina il populismo.

Ora è evidente che tali gruppi di cittadini avvertono di aver meno diritti nell’esercitare la loro libertà di quanto sarebbe ragionevole avessero rispetto alle diverse capacità di altri conviventi, che, spesso, non sono tali da giustificare la differenza. Ma è altrettanto evidente che la loro protesta non intende fondarsi su regole o meccanismi alternativi con lo scopo di ridurre lo scarto nei diritti. Restano calmi in superficie, ma esprimono rabbia, non curano la progettualità specifica e pensano di ridurre lo scarto nei diritti combattendo le istituzioni e i politici. In altre parole, non rendendosi conto che istituzioni e politica sono gli argini più robusti creati dagli esseri umani per rendere proficua la convivenza tra cittadini fisiologicamente diversi, fanno come quelli che, per rabbia e paura di cadere, segano l’albero su cui sono.

Il pullulare di un simile populismo non è però un destino cinico e baro. Deriva soprattutto dai suoi mandanti, cioè anche da quegli inconsapevoli che, per molti anni e con diverse formule, hanno governato preoccupandosi di come gestire il potere e i suoi privilegi conservandoli il più possibile, senza pensare a regole istituzionali e ad iniziative operative centrate sulla vita del cittadino. Sono i mandanti del populismo perché hanno mostrato un assillo esclusivo. Non rivolto ai cittadini ma a vincere le elezioni ad ogni costo. Vincerle non in base di progetti di governo sulla convivenza ma ammannendo illusioni e prebende accompagnate a falsificazioni dei fatti e della contestualizzazione storica. Si pensi a Berlusconi che continua ad evocare il pericolo comunista quando già 50 anni fa, in Direzione PLI, neppure io come minoranza, potevo accusare il segretario Malagodi di dire sciocchezze simili. E allora il PCI c’era davvero.

Per battere il populismo occorre governare al meglio la cosa pubblica. Ed è su tale punto che intanto, prima dell’indispensabile coerenza nel comportarsi, incide parlare delle idee e dei progetti come qui oggi.

Per noi liberali vanno seguiti alcuni criteri ed alcuni specifici punti. Tra i criteri, il primo è non nascondere mai la realtà e i problemi reali ai cittadini, i quali con diverse capacità e indoli sono sempre i titolari della decisione. L’indorare la pillola non deve mai giustificare l’inganno. La libertà non si estende con l’utopia o con il conservare immutato il presente cristallizzato. Un altro criterio è impegnarsi al massimo sull’obiettivo di avere istituzioni funzionanti e sollecite ad ogni livello così da agevolare il libero relazionarsi dei cittadini nelle loro poliedriche attività. Le istituzioni si articolano nei meccanismi e nelle persone addette a curarne il moto. E queste vanno selezionate in base alla capacità rispetto al compito loro affidato, non in base ad altre caratteristiche non attinenti, quali il genere, la razza, il credo, la convinzione politica. La caratteristica della parità di genere non va applicata a livello dei singoli ma solo nei settori in cui i rilievi statistici denunciano un prevalere di un genere sull’altro ingiustificabile rispetto al compito (quindi, almeno al momento, non è scandaloso che partoriscano solo le donne).

Un ulteriore criterio rilevante è dire no alla retorica dei giovani ma incentivare senza tregua la circolazione dell’esperienza e delle energie nuove. Per riflettere su grandi problemi tipo il calo delle nascite.

Tutti questi criteri determinano punti essenziali del nostro convivere. Iniziamo con la funzione pubblica dell’educazione fino all’università. I futuri cittadini vanno formati per essere in grado di maturare le nozioni necessarie e il proprio spirito critico per accrescere la possibilità di risolvere i problemi che nella vita si presentano in forme sempre nuove. Noi liberali sosteniamo da tanti decenni che agevola un simile obiettivo abolire quel valore legale del titolo di studio, che spinge alla valutazione da parte dei soli corpi esistenti e riduce moltissimo, se non esclude, quella del rapporto con la realtà. E, a livello universitario, ci pare sempre più necessario pensare a sostituire buona parte del metodo del concorso per accedere all’insegnamento con quello della chiamata da parte dei singoli atenei, che favorirebbe le diverse capacità e servirebbe a stabilire più forti legami con le realtà finanziarie esterne.

Nel campo dell’economia, è indispensabile dare la massima cura a realizzare la cornice più adatta allo sviluppo della rete dell’intraprendere e del lavorare indispensabile per far fronte alle sfide di rapidità e di innovazione internazionali, quelle attuali e quelle in prospettiva, nell’ottica di arginare la deriva finanziaria e irrobustire produttività e innovazione. Pertanto, si riprenda lo spirito dell’UE costruita a passo a passo che fu degli inizi (non solo per merito dei cattolici), che si è un po’ ingarbugliato a Maastricht, ma che rimane tuttora, a completa differenza dell’ONU, il massimo sforzo per costruire dal basso istituzioni flessibili non solo sul potere degli stati ma progressivamente sulle decisioni e sulla partecipazione dei cittadini. Noi pensiamo sia giunto il momento di smetterla con le stucchevoli polemiche tra solidarietà e austerità. Per i liberali è chiaro che è assurdo intendere l’austerità come necessaria e insieme sufficiente. Se si sono create situazioni che spingono molti cittadini a condizioni di disagio, tutti i conviventi hanno interesse a risolvere il disagio di alcuni (infatti Kohl, al momento della riunificazione delle due Germania, decise l’irrealistico cambio delle monete alla pari).  Quindi l’austerità è necessaria ma non sufficiente. Però la non sufficienza impone la condizione che vengano rimosse le cause di quel disagio, a cominciare da quelle istituzionali.  La solidarietà correttamente intesa induce a non considerare sufficiente l’austerità, ma non deve servire mai a teorizzare che il funzionamento delle istituzioni di un paese è una variabile ininfluente nel meccanismo di costruzione UE.

Quasi analogamente, in Italia occorre estendere la rete protettiva del lavoro e delle sue tutele ma non si deve confonderla con la pretesa che il lavoro venga prima di tutto, anche prima della struttura economica e fiscale che consente di crearlo. Anche le liberalizzazioni, che giudichiamo importantissime, non sono una parola senza contenuto. E’ perfino peggio passare a enti di diritto privato che dietro la maschera conservano la gestione in mano pubblica o alla dominante influenza pubblica. I settori e le aziende privatizzate devono essere gestite dai privati che rischiano i loro soldi per produrre al meglio sui mercati, in assenza o quasi di supporto pubblico all’infuori delle infrastrutture.

E poi c’è il grande problema dell’enorme debito pubblico accumulato. Che non deve servire a rimpallarsi le responsabilità. È urgente acquisire la consapevolezza che non ci si può drogare nel sogno di ridurlo solo tramite la crescita del PIL, la quale resta ben lungi dall’acquisire un ritmo utilizzabile al riguardo.  Non agire apertamente per ridurre il debito con diversi accorgimenti tra i quali l’aiuto di tutti in proporzione, costituisce nella realtà un vero e proprio attentato alla sovranità del cittadino che non può sperare di vivere autonomo ancora per molto, dato che è orami in vista una consistente diminuzione degli acquisti dei titoli pubblici da parte della BCE.

Tratteggiati i criteri e i punti per noi importanti, resta l’interrogarsi sul cosa fare alle politiche del 2018. L’argomento evidentemente non si può esaurire  prima di sapere quale sarà l’esatta legge elettorale.

Tuttavia penso sia possibile trovare un punto incontro. Partendo da una importantissima ovvietà: la giustizia penale non può essere la normalità della vita democratica. La normalità sono le valutazioni reiterate del voto dei cittadini. Naturalmente deve funzionare bene anche la giustizia penale, ma occupandosi dei reati commessi o che si stanno per commettere materialmente, non sulla ricerca sbandierata della eventualità che forse potrebbero essere commessi. Perché quando succede questo – ed è avvenuto tante volte – si mette in moto una procedura (oltretutto costosa) che finisce, anche non volendolo, per spingere all’oligarchia irresponsabile. Che pretende di agire nel nome del popolo ma viola l’effettiva sovranità del cittadino.

A noi pare che il nostro punto di incontro è possibile e sarebbe utile. Tra due culture diversamente attente ai fatti, senza utopie. Ambedue dichiaratamente avversarie del presentismo che tutto vorrebbe assorbire. In Italia la sinistra, di influenza marxista o religiosa senza spiritualismo, ha dimostrato di non essere capace di governare per il cambiamento in nome del cittadino. E lo diciamo noi che siamo stati tra gli 11 fondatori dell’Ulivo ma che abbiamo preso atto del rifiuto di preparare da allora un’alternativa al centro destra articolata in precisi progetti.

In questa nostra ricerca del punto di contatto, non dovremmo eludere problemi oramai maturi, anche se tradizionalmente divisivi, tra il mondo liberale e quello cattolico. Di questi, il principale è il separatismo Stato religioni, che non ha il sapore stantio dell’anticlericalismo di una volta bensì  costituisce la consapevolezza che la cosa pubblica, vale a dire la gestione dei rapporti di convivenza tra uomini liberi, può fondarsi solo sul seguire le decisioni dei cittadini stessi, credenti e non credenti, e non di una qualche autorità. E  in giro ci sono tuttora ambiguità e inganni che richiedono un impegno deciso a rimuoverli  per ottenere un’ampia credibilità. Senza nostalgie. Che pure oggi sono riecheggiate.

Guardando ai decenni passati, del resto, ci pare innegabile che quando è stato trovato il punto tra la DC partito di cattolici, e il PLI, l’Italia ne ha tratto giovamento. Il filone è quello innovativo (tra i cattolici) di De Gasperi, con grande lungimiranza e non minore  generosità nel riconoscere valore ad una collaborazione, non declamata ma realizzata. Pensiamo che quel filone resti un sempreverde.


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